Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
go periodo di messa a punto. Le une e le altre, cioè sia le transfert fisse che le linee complesse, erano tipiche della grande fabbrica: le prime proprio per la loro rigidità ed il loro costo; le seconde per le loro stesse di mensioni. La diversificazione sul mercato dei prodotti — e la concorrenza sul piano della qualità e della varietà che essa implica — ha posto in crisi, almeno in qualche misura, questo modo di produrre. I beni diversificati, prodotti in se rie corta, richiedono diverse macchine produt trici dei componenti: più flessibili, anche se meno produttive, delle transfert fisse; e richie dono, anche, linee ove il lavoro non sia troppo parcellizzato, e sulle quali possano passare, quindi, volta a volta, prodotti almeno lieve mente diversi. Queste macchine, e queste li nee, sono nettamente meno costose di quelle precedenti, e possono assai più facilmente es sere spostate verso fabbriche di minori dimen sioni. (Vi è, a dire il vero, una possibilità di salva re, almeno in qualche misura, il vecchio modo di produrre. È possibile, cioè, «standardizzare i componenti» di questi beni diversificati: con l ’ adozione cioè, per esempio, di un unico com pressore su molti modelli di frigoriferi. Questo obiettivo, che rappresenta una esigenza prima ria per molte grandi fabbriche, è però assai dif ficile da raggiungere, e presuppone, tra l ’ altro, delicate trattative tra imprese diverse. E inol tre, per quanto avanti si proceda su questa strada, resterà comunque ampio spazio per la produzione in serie corte, e quindi per l ’ opera re di imprese minori). Si noti che questa vicenda, così rapidamente riassunta, non è tipica soltanto dei beni di con sumo. Anche per quanto riguarda i beni d ’ in vestimento è accaduto qualcosa di simile. In questo caso, tuttavia, la storia è più comples sa, e non conviene tentare di schematizzarla qui. Vale solo la pena di ricordare che, per un lungo periodo, costruire macchine utensili so fisticate ha voluto dire costruire quelle macchi ne transfert fisse di cui si è detto: progettate quasi su misura, costruite in piccolissime serie o in unico esemplare, e quindi particolarmente adatte ad essere prodotte in un tessuto indu striale frammentato, purché dotato di imprese capofila capaci di progettazioni complesse. Negli ultimi anni, invece, la diversificazione dei beni di consumo, come si è visto, ha influi to negativamente sulla diffusione di queste macchine. Che cosa accadrà in futuro dipende sia dalla estensione dei processi di standardiz
zazione dei componenti cui prima si è accenna to, sia dalla diffusione delle macchine utensili a controllo elettronico, flessibili, e di cui, for se, può essere ripresa la produzione in serie più lunghe. Sembra probabile, in ogni caso, che anche in questo settore, troveranno ancora po sto le produzioni in serie corte, quelle, appun to, in cui le imprese piccole, o piccolissime, possono avere un ruolo rilevante. Accanto ai due fenomeni sin qui descritti, che hanno provocato la frantumazione della struttura industriale, vi è un altro fatto di cui occorre tener conto. Esso non provoca la di sintegrazione verticale, ma la consente, e con sente che essa si verifichi senza che vi siano perdite di produttività. E facile osservare, infatti, che i settori in cui il decentramento è molto spinto sono settori che hanno una tecnologia particolare: in essi è possibile frammentare il processo produttivo senza dover ricorrere a tecniche inferiori. Si prenda in considerazione, per esempio, una delle fabbriche di motociclette di Bologna: la moto Morini. Lo stabilimento, che ha soltanto 100 addetti, produce circa 5.000 moto ogni anno, circa 20 moto al giorno, quindi. Ma chi visiti la fabbrica troverà che nello stabilimento molti operai sono impegnati nel montaggio, in linee ove il lavoro è poco parcellizzato. Tutta la produzione dei pezzi che compongono la moto è decentrata all ’ esterno, tranne quella dell ’ albero motore e della scatola che racchiu de il motore. Il telaio, il serbatoio, gli ammor tizzatori, il manubrio, i freni, gli ingranaggi del cambio, le ruote: tutti i pezzi, insomma, tranne i due di cui si è detto, sono prodotti da aziende subproduttrici. E il punto è — questo è quello che si intendeva far notare — che essi vengono prodotti all ’ esterno con le stesse tec niche con cui sarebbero stati prodotti all ’ inter no, se così il proprietario della Morini avesse deciso. Occorre tener presente, in altri termini, che, nonostante tutta la vertigine di gigantismo in cui ci si è persi negli anni 1950 e 1960, non vi è alcun vantaggio a produrre tutti i componenti sotto lo stesso capannone: 20 torni che produ cono pezzi uguali, o pezzi diversi, hanno so stanzialmente la stessa produttività se sono collocati uno vicino all ’ altro, in uno stesso ca pannone, o se sono collocati lontani uno dall ’ altro, in edifici diversi. Questo è quanto gli economisti intendono quando affermano che le economie di scala vanno calcolate prima di tutto per fase di lavo razione, e che le economie che derivano dal
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