Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

Una impresa con lo stesso volume di pro dotto, ma che avesse decentrato l ’ 80% della produzione, avrebbe soltanto 200 addetti. An cora, questa impresa, apparterrebbe alla fascia primaria. Gli altri 800 addetti sarebbero però diffusi sul territorio, in imprese piccole, tutte nella fascia secondaria. Questa volta, una crisi di produzione del 10% richiederebbe il licenziamento di 20 ad detti nella fascia primaria, e di 80 nell ’ altra. I primi pongono problemi tutto sommato risol vibili: sia perché 20 operai sono, in assoluto, pochi; sia perché in una impresa con 200 ope rai il sindacato è tendenzialmente più debole che in una impresa con 1000 lavoratori. Gli al tri 80 lavoratori da licenziare non pongono, proprio perché sono nella fascia secondaria, problemi di sorta. Se gli operai licenziati sa ranno riassunti dipenderà da molti fattori: dall ’ andamento della domanda nel settore; dall ’ andamento della domanda nella zona; e dalle capacità professionali dei lavoratori li cenziati. In sostanza, anche in questo caso, è la fascia secondaria che attutisce le tensioni che proven gono dalle imprese più grandi. Mentre, in ipo tesi diverse, questo compito veniva svolto con il porre al servizio di altre imprese committenti i lavoratori in eccesso, in questo caso le impre se minori assolvono a questo ruolo con l ’ ese guire, per conto delle imprese maggiori, gran parte dei licenziamenti necessari. Alcune osservazioni, a questo punto, sono necessarie, per precisare con maggiore cura e chiarezza quanto è stato detto. E bene porre in luce, per cominciare, una implicazione importante di questi collegamen ti tra i due segmenti del mercato del lavoro: sul fatto cioè, che tutti i tentativi di imporre rigidi tà alla fascia secondaria si ripercuoteranno im mediatamente su tutto il sistema delle imprese. Qualunque iniziativa sindacale, o legislativa, che tenda ad impedire, alla singola impresa piccola di licenziare quando vuole, renderà au tomaticamente più rigida, se avrà successo, la gestione della forza lavoro da parte delle im prese maggiori. Si configura, quindi, una al ternativa molto definita tra due obiettivi, am bedue desiderabili: quello di lasciare flessibili tà al sistema, e quello di impedire alle imprese minori di licenziare, senza opposizioni, tutte le volte che lo ritengono opportuno. Vi è solo una possibilità di evitare questa al ternativa. Si può, cioè, imporre condizioni pri marie di gestione della forza-lavoro a tutte le imprese emiliane, e tuttavia conservare la fles

sibilità del sistema. Occorre però, per giungere a questo risultato, costruire una fascia secon daria di imprese e di lavoratori fuori dalla re gione. E in qualche modo questo, oltre che la necessità di disporre di quella forza-lavoro che in Emilia diventa sempre più scarsa, il senso del trasferimento nel Veneto, o nelle Marche, o addirittura in Puglia, del lavoro decentrato. Le contraddizioni interne all ’ Emilia, in questo modo, divengono piano piano contraddizioni esterne, che altri dovranno affrontare e risol vere. Una seconda osservazione, certo marginale rispetto a quella precedente, ma che illumina ciò che è accaduto in alcuni settori, e consente di interpretarne meglio l ’ evoluzione, è la se guente. Accade spesso, in alcune attività produttive, che gran parte delle imprese si raccolgano nel la fascia secondaria, senza^ alcun riguardo al ruolo che l'impresa svolge. E questo, per esem pio, il caso della maglieria, ove il 50% delle imprese industriali capofila ha meno di 30 ad detti. La situazione raggiunge il suo limite a Prato, ove l ’ impresa capofila è molto spesso rappresentata da una impresa senza dipenden ti, nella quale lavora soltanto l ’ imprenditore: è il cosiddetto «impannatore», che progetta la stoffa, fa filare il filato, e commissiona, ad im prese diverse, la tessitura, la finitura, il ram mendo. (L ’ impannatore è quindi, in qualche senso, un imprenditore «puro», che evoca e imperso na la proposta marshalliana di annoverare, tra i fattori della produzione, e separatamente dai macchinari e le attrezzature, la capacità im prenditoriale). In questo caso, naturalmente, la flessibilità garantita dai meccanismi descritti è massima. Una terza osservazione è utile a chiarire le differenze tra i meccanismi descritti ed altri schemi di interpretazione del decentramento che sono stati altre volte proposti. Occorre no tare, cioè, che nessuno dei due meccanismi de scritti ha niente a che fare con l ’ ipotesi, più volte avanzata, che il decentramento crei un «polmone produttivo» per le imprese commit tenti. In quella ipotesi si assumeva che, a causa di variazioni di breve periodo per il prodotto di un ’ impresa capofila, certe particolari lavo razioni potessero, volta a volta, essere espulse e richiamate in fabbrica. Si ipotizzavano, quindi, variazioni del livello di integrazione verticale dell ’ impresa aventi un carattere di manovra congiunturale. Operazioni di questo genere, per quanto è dato capire, sono assai

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