Problemi della transizione 1980

Il «modello Emilia

di scienziati o da grandi tecnici, e non anche lo sforzo di migliorare, introdurre nuovi princi pi, allargare l ’ area di applicazione di principi noti da parte di gente che sa ciò che vuole. Un caso che forse vale la pena di riferire, perché paradigmatico di questa situazione, è quello dell ’ industria ceramica, ove, nel giro di 10 anni, la tecnica si è evoluta in tal modo da moltiplicare per 2 il prodotto per addetto. E il punto è che, in linea di massima, questo au mento si è avuto sia per l ’ adozione di nuove presse, o di nuovi forni, progettati e prodotti da imprese grandi, sia, e soprattutto,, per l ’ adozione di sofisticati meccanismi di movi mentazione e controllo delle piastrelle che so no stati elaborati, congiuntamente, dalle im prese ceramiche e dalle piccole imprese metal meccaniche attive nel comprensorio. Vi è certo, per riprendere quanto si diceva, chi sostiene che la costruzione di macchine che spostino le piastrelle senza causare interruzio ni sulla linea di smalteria, o accertino la inte grità delle piastrelle sulla base della lunghezza d ’ onda del suono che producono quando ven gono percosse da un martelletto, non sia frutto di vera e propria ricerca. Così come frutto di ricerca non sarebbero le auto Ferrari, ancora oggi prodotte, in questa zona, da poche centi naia di addetti, e che sono spesso incluse tra i prodotti «a tecnologia matura». Ma probabilmente, vi è in questo modo di guardare alla ricerca e all ’ innovazione un erro re di fondo: e nel giudicare la solidità di questo tipo di struttura industriale occorre tenerne conto. Alla luce di quanto è stato detto sinora, ed anche come conclusione di questo punto, vie ne naturale riprendere il filo di una vecchia di scussione; conviene cioè tentare di verificare se sia corretto definire «interstiziale» l ’ economia di questa regione. Il primo passo, per affrontare questo compi to, è quello di chiarire che cosa, col termine «interstiziale»,si intenda significare. Schematizzando molto, l ’ idea di «intersti zio» è legata all ’ immagine di un mondo in cui le merci, almeno dal punto che ci interessa, si dividono bene e nettamente in due gruppi. Del primo gruppo fanno parte le merci pro dotte in serie molto lunghe, da grandi imprese, con tecniche in cui il lavoro è fortemente par cellizzato. Fortissime economie di scala carat terizzano i processi produttivi di queste merci. Accanto a questi beni ve ne sono altri, per i quali il volume della domanda è basso, e nel cui processo produttivo le economie di scala

contano poco. Questi beni, tendenzialmente, saranno trascurati dalle grandi imprese: ed è la produzione di questi beni, appunto, che rap presenta gli «interstizi» nei quali le piccole im prese possono collocarsi. In questa proposta di classificazione è spes so presente anche il convincimento, non sem pre reso esplicito, che i processi produttivi del primo tipo di merci siano tecnologicamente avanzati, e quelli del secondo tecnologicamen te arretrati. Oppure, in altri casi, è presente la convinzione che le merci prodotte in grandi impianti possono essere prodotte dai paesi del terzo mondo solo con grandi difficoltà, così che chi le produce non è esposto alla concor renza di quei paesi. Tutto il contrario, invece, accadrebbe per le merci appartenenti al secon do gruppo. E su queste linee di argomentazione, a ben vedere, che si è spesso attribuito un segno ne gativo alle merci prodotte in serie corte da pic cole imprese, e che si è spesso sostenuto che molte aree italiane erano particolarmente fra gili, e rapidamente destinate a scomparire. Vi sono, in questo modo di guardare alle co se, forti elementi di schematismo: che falsano del tutto il quadro, ed impediscono un giudi zio corretto. Per cominciare, va osservato che vi sono molti beni, pur prodotti in serie corta, che so no il frutto del lavoro di imprese che dispongo no di una tecnologia assai avanzata e che han no un reale potere di mercato. L ’ esempio più facile è quello di molti beni d ’ investimento. Accanto a molti macchinari prodotti in serie lunghe, infatti, tra i beni d ’ in vestimento vi sono macchinari prodotti in po chi esemplari, o macchinari comuni modificati per un particolare impianto, o, addirittura, macchinari prodotti in una unica copia. E tutti questi ultimi tipi di macchine sono in genere prodotti con una tecnologia molto sofisticata, ed i loro produttori, anche se di piccola dimen sione, certo non subiscono in modo particola re la concorrenza dei paesi in via di sviluppo: anzi, essi spesso godono di posizioni di forza difficilmente insidiabili su tutti i mercati mon diali. I casi limite, tra questi beni, sono le macchi ne transfert fisse, altre volte citate, o i robot usati dalla FIAT, o tutti i «pezzi speciali» usati negli impianti chimici; ma, per tornare ai pro dotti emiliani, di questo genere sono anche molte macchine automatiche, molte macchine utensili, le macchine per l ’ industria alimentare o l ’ industria ceramica, alcune macchine agri 99

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