Problemi della transizione 1980

Il «modello Emilia

ra più di 150 giornate all ’ anno, ma comunque tale — anche per i prevedibili sviluppi futuri — da non porre in crisi il giudizio complessivo cui si è, prima, giunti. Un primo tipo di relazione tra agricoltura e industria è dunque proprio questo: che ambe due i settori, almeno in larga parte, attingono oggi la forza-lavoro dallo stesso mercato del lavoro. Le cause della condizione di benessere di cui si è detto sono principalmente tre. La prima è la straordinaria fertilità del suo lo. Ma, certo, non è questa la causa principa le, se si riflette a quanto ancora più fertili dei terreni padani siano molte aree della Campa nia e della Puglia. La seconda ragione è rappresentata dalla presenza delle cooperative: in sostanza, il mer cato dei prodotti agricoli — dal latte, al for maggio, alla carne, al vino, agli ortaggi — è fortemente condizionato dalla presenza delle associazioni di produttori. La diffusione e la forza delle imprese cooperative che lavorano i prodotti agricoli e li vendono ai consumatori impedisce, in tutta la regione, che intermediari parassiti estorcano ai contadini parte del red dito prodotto in azienda. Addirittura, per es sere più precisi, le cooperative fanno sì che ri torni ai contadini almeno una quota dei profit ti prodotti dall ’ industria alimentare. E per questo che, correttamente, la Regione utilizza le società cooperative come gli stru menti principali di intervento sul settore agri colo: dalla sua istituzione ad oggi, infatti, la Regione Emilia-Romagna ha versato alle coo perative più del 20% del totale della spesa pubblica destinata all ’ agricoltura. (Si noti che buona parte della forza delle cooperative agricole emiliane deriva dal fatto che esse operano in tutto il territorio naziona le: il burro Giglio, prodotto dalle Latterie Cooperative Riunite di Reggio Emilia, o il lat te a lunga conservazione di Granarolo, pro dotto dal Consorzio emiliano romagnolo pro duttori latte, sono ben noti in tutta Italia. Ac cade anzi, talvolta, che queste cooperative fi niscano in molti casi per esercitare sui produt tori delle altre zone d ’ Italia il loro potere di mercato, contrastando quindi, di fatto, in al tre regioni, non solo la crescita di concorrenti privati, ma anche l ’ affermarsi di altre coopera tive. Il problema, naturalmente, è assai delica to e potrebbe essere forse risolto, come certa mente sta accadendo per le cooperative che operano nel settore edilizio, con un maggiore impegno delle cooperative emiliane nel Mez

zogiorno: ma ostano, ad una diversa politica, sia radicate ed oggettive logiche aziendali, sia le difficoltà reali che attendono chiunque si impegni, nelle regioni meridionali, ad una atti vità cooperativa). Questa pratica di lavoro in comune, oltre agli effetti economici certi è appena accennata, ha anche un ’ altra conseguenza importante, che certo ha influenzato anche i comporta menti nel settore manufatturiero. Si è visto come, nell ’ industria, le imprese cooperative siano in definitiva largamente as senti, se si eccettua il settore edilizio. Ma si può pensare che coloro che hanno raccolto e diffuso un costume di rapporto cooperativo siano quelle associazioni di artigiani e piccoli imprenditori di cui si è detto. E questo, quin di, un altro dei modi in cui, nello sviluppo emiliano, agricoltura ed industria si sono con dizionati a vicenda. Infine — e forse, tra tutte, la ragione più im portante — la superiorità dell ’ agricoltura emi liana deve essere spiegata con la profondità dei processi di trasformazione che sono stati rea lizzati dal dopoguerra ad oggi. Tra tutte le regioni italiane l ’ Emilia-Roma gna era, nel 1947, una di quelle in cui la mez zadria era piu diffusa. In provincia di Modena il contratto di colonia appoderata si estende va, per fare solo un esempio, in più del 70% della superficie. La decadenza della mezzadria — cui certamente ha contribuito più il crescere dell ’ industria, che i provvedimenti legislativi del 1947, del 1948 e del 1964 — ha avuto ri percussioni profonde. Molti dei vecchi agrari, le cui tenute includevano sino a 10, o 20, po deri, liberatisi dai mezzadri, hanno riunificato i terreni di loro proprietà in un ’ unica grande azienda capitalista. Alcuni dei proprietari mi nori, quasi sempre appartenenti alla borghesia urbana, hanno preferito non vendere, e gestire queste aziende come attività secondaria, affi dandosi ad un fattore che coordinasse il lavoro dei salariati. Gli altri, sia fra i grandi proprie tari, che i minori, hanno venduto la terra ai contadini. Queste vendite che, in qualche ca so, sono state precedute da un periodo in cui il singolo podere è stato ceduto in affitto, hanno selezionato una spessa fascia di contadini abi li, di elevata professionalità, che si sono ag giunti a quelli che erano già riusciti a comprare la loro azienda prima che il contratto mezza drile andasse in crisi. La situazione, quindi, si è evoluta lungo li nee radicalmente diverse da quelle, per esem pio, delle regioni meridionali. Lì, se si prescin 101

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