Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

de dalla riforma agraria, la grande e la media proprietà fondiaria sono rimaste in questi anni sostanzialmente immutate; variazioni agli or dinamenti colturali sono state soltanto quelle legate all ’ introduzione della pratica dell ’ irriga- zione; e le piccole proprietà contadine lasciate libere dagli immigrati sono, di fatto, rimaste bloccate, e spesso sono state lasciate incolte. Qui il mercato fondiario è stato assai attivo; molte proprietà capitalistiche sono state pro fondamente riorganizzate; e una quota rile vante della superficie agraria è passata nelle mani dei contadini. Durante questo processo, come si visto, una quota importante di rendita fondiaria è stata capitalizzata dai vecchi agrari: una parte rela tivamente minore — quella di quei capitalisti che vendevano alcuni dei loro poderi, e riunifi cavano gli altri in una azienda capitalista — sono ritornati nel settore agricolo; ma la parte maggiore è stata investita nei settori industriali in crescita. Il capitale iniziale di molte aziende metalmeccaniche, o ceramiche, o tessili, o dell ’ industria alimentare, ha questa origine. Ed è stato, questo, un importante punto di raccordo tra le vicende del settore agricolo e quelle del settore manufatturiero. Si è detto, sinora, di come mercato del lavo ro agricolo e mercato del lavoro industriale siano — se si fa eccezione di una fascia, pure importante, di contadini anziani — largamen te unificati; si è osservato che l ’ esperienza delle cooperative agricole ha certamente favorito il diffondersi di associazioni artigiane; si è ricor dato, anche, quanto importanti siano stati i capitali provenienti dalla vendita dei terreni agrari nello sviluppo delle attività industriali. Un ultimo punto, ora, vale forse la pena di porre in evidenza: anche se si tratta, questa volta, soltanto di un fatto di costume. Ciò no nostante, vale la pena di ricordare, in questa sede, che sono sempre più numerosi, in Emi lia, i casi di operai o artigiani dell ’ industria che comprano un piccolo fondo, costruiscono una casa, o riattano la vecchia casa colonica, ci vanno a vivere, e coltivano il fondo negli spazi di tempo lasciati liberi dalla loro attività prin cipale. Il fenomeno non ha importanti riper cussioni sulla struttura produttiva. Esso, tut tavia, testimonia che, in questa regione, vi so no forti connessioni che legano città e campa gna; esistono canali di comunicazione efficien ti tra cultura industriale e cultura urbana; vi è, in sostanza, tra il settore agricolo e quello in dustriale, consuetudine di stretti rapporti: e sono, queste, seppure indirette, conferme, o

presupposti, di quella integrazione del merca to del lavoro e del mercato dei capitali di cui prima si è detto. 11. Lo Stato e gli Enti Locali Che ruolo giocano, in questa struttura, gli Enti Locali? Quale è il rapporto tra questa struttura industriale e le istituzioni dello Stato? L ’ amministrazione centrale dello Stato, per cominciare, sembra abbia, in questa regione, un ruolo meno rilevante che in altre. Meno efficiente, prima di tutto, nel riscuo tere i tributi: sia le imposte sul reddito, sia gli oneri previdenziali. Tutto lascia supporre, in fatti, che in un tessuto produttivo frammenta to, quale quello emiliano, le tradizionali ed an tiche deficienze degli organismi statali siano ancora più clamorose del solito. Tutto lascia presumere, cioè, che si verifichi per lo Stato ciò che si verifica per il sindacato (o, se vale la pena di ricordarlo, per l ’ istituto centrale di sta tistica): tanto più piccole le unità con cui avere rapporto, tanto più fragile e pigro quel rap porto finirà con l ’ essere. Se così davvero fosse, si potrebbe sostenere che l ’ Emilia-Romagna versa nelle casse dello Stato un ammontare di tributi fiscali e di oneri previdenziali minore che le altre regioni ricche del Paese. In qualche misura, quindi, si avrebbe, attraverso questo canale, un trasferimento di reddito dalle altre regioni verso l ’ Emilia-Romagna. Per contro, è utile tener presente che — poi ché, come si è accennato, vi sono, in questa re gione, poche industrie a partecipazione statale — lo Stato versa all ’ Emilia-Romagna un mino re ammontare di contributi volti a coprire i di savanzi delle imprese pubbliche. Vi è quindi necessità di un bilancio complessivo, che resta ancora tutto da fare. Le opere pubbliche sono l ’ altro grande argo mento su cui è opportuna una riflessione. Anche in questo caso mancano dati certi: è possibile, quindi, soltanto tentare una ricogni zione che individui qualche punto di riferi mento. Che i comuni rossi siano discriminati, in ter mini di contributi a fondo perduto, o di con cessione di crediti, sembra essere certo, anche se oggi questa preclusione si è forse allentata, ed è quindi meno pressante che in passato. E sicuro, comunque, che il senso dello stato del la classe dirigente democristiana non si oppo ne, nè si è opposto in passato, a questa discri minazione. Ma vi è da tener conto di un altro

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