Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
’ 75- ’ 76, partono da ragioni connesse alla capacità di esercitare una direzione in quest ’ area centrale del «cattolicesimo fedele» (laicato), operazione che è ancora in atto in moduli e strategie diverse: in tal senso chi scrive è portato a vedere in tali processi più l ’ aspetto ideologico e diretto dall ’ alto, anche se poi in certa misura compartecipato dal basso, che non l ’ aspetto «sponta neo» affiorante dal sociale che domanderebbe, «sua sponte» appunto, una direzione 13 . A ben vedere l ’ operazione «riaggregazione» nacque esatta mente come operazione politico-culturale a fattura ecclesiastica che si riproponeva, non senza qualche lungimiranza: 1) - il coinvolgimento, su un terreno infine di confronto ecclesiale, di «Comunione e Liberazione», ma quindi attraver so la neutralizzazione delle sue spinte più radicali; 2) - il sollevamento dell ’ Azione Cattolica dal peso delle sue contraddizioni insolute, ma quindi una devianza se non una contraddizione rispetto al fine della «scelta religiosa» valu tata come troppo difficile e impegnativa nella sua purezza; 3) - l ’ utilizzazione del momento ecclesiale quale strumen to di pressione esterna e autonoma sulla DC: forma questa che prendeva atto sì delle impossibilità di nuovi collateralismi, ma che poi usava il concetto e in qualche modo lo strumento — po litico — del gruppo di pressione; 4) - la riproposta — infine — nel ruolo di leadership in tellettuale nel laicato cattolico, della tradizionale cultura moderato-progressista montiniano-mariteniana-fucina. Sarebbe ingiusto liquidare il tutto dichiarando che l ’ intera operazione aveva «il piombo nelle ali»: che era fin dall ’ inizio cioè destinata a riappiattirsi in termini politici (e quindi filo democristiani), ma certo il tentativo a più riprese di accreditare una «rifondazione» democristiana ha nuociuto anche ai con temporanei tentativi di «ricomposizione» cattolica. In tali progetti, e in tutte le loro versioni, è presente più che il semplice rischio di un abbassamento di tono sul piano politico-organizzativo, o para-politico, da gruppo di pressione con esclusione, più o meno volontaria, degli obiettivi «religio si» — che sfuggono per loro natura a logiche quantitative di questo tipo. E questo il rischio della «Chiesa-movimento», che al di là del provvisorio senso di sicurezza, tutto profano e integralisti co, dovuto appunto agli aspetti di «movimento», scopre quasi immediatamente la propria intrinseca debolezza;un «effetto» ottico di vivacità che distingue un oggetto in movimento
13 P. Sorge insiste costantemente su questa pretesa eruzione di vitalità cattolica, che va diretta e incanalata. Anche recentemente (/ cattolici sono più avanti della DC, «Il Corriere del la Sera», 31 marzo 1980) dà una va lutazione quantitativamente ottimi stica (2 o 3 milioni di giovani impe gnati cattolicamente), che non pare faccia sufficientemente i conti con l ’ incidenza reale e profonda della se colarizzazione, e complessivamente della «perdita di significato», proprio tra i giovani. Questo ottimismo vo lontaristico si trasforma addirittura
in visionarismo nell ’ arcivescovo di Ravenna Tonini che («L ’ Avvenire», 18 aprile 1980) vede di nuovo i gio vani affluire in seminario, quando in vece ogni previsione dà per raggiunta «quota zero» entro 15 anni.
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