Problemi della transizione 1983
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
R. Per quel che riguarda il primo punto, potrei dirti che, come saprai, Marx ha sostenuto il contrario, che cioè l ’ interesse si concentra solo su pro blemi che hanno una qualche probabilità di essere risolti; ma dubito che egli abbia continuato a pensare allo stesso modo per tutta la sua vita. Rispetto al problema specifico, opererei una distinzione tra due suoi aspetti, definibili in francese come conjuncture e strutture. Il problema con giunturale riguarda la possibilità di mantenere questi accordi in periodo di bassa congiuntura, cioè di caduta del ciclo economico; si concentra cioè sulla modalità di ‘ relazione tra questi accordi ed il modello generale della società capitalistica. L ’ aspetto strutturale — che io ritengo il più interessante — è invece incentrato sulle reazioni di tali accordi agli sviluppi istituzionali del capitalismo; il problema diventa qui quello della relazione di lungo periodo tra «corporativismo» — o «neocorporativismo» — e gli stadi dello sviluppo capitalistico. Questi due problemi vanno separati analiticamente in quanto io ritengo che, se è vero che questi accordi soffrono di una vulnerabilità con giunturale che li rende molto più difficilmente realizzabili di fronte a varia zioni negative del ciclo economico, ciò non significa negare l ’ esistenza di una relazione sottostante e fortemente radicata tra certi mutamenti delle isti tuzioni fondamentali del capitalismo e gli accordi corporativi — o neocorpo rativi — proprio come risposta a questi mutamenti. Affrontiamo ora il primo aspetto: quello cioè delle relazioni tra accordi corporativi e ciclo economico. Il problema è piuttosto confuso, in quanto un ’ analisi storica degli accordi corporativi che abbiano avuto una certa conti nuità temporale non permette di trovare una relazione univoca con il ciclo economico. Ad esempio, i primi accordi emersi negli anni ’ 30 — il «trattato di pace sociale» in Svizzera, 1 ’ «accordo Saltsjòbaden» in Svezia ed altri accor di simili stipulati in Norvegia ed in parte anche negli Stati Uniti con la NRA all ’ inizio del New Deal — furono il risultato di una cattiva situazione econo mica. Una situazione che gli austromarxisti definirebbero di «equilibrio cata strofico», in cui cioè non solo i lavoratori ma anche i capitalisti sono indeboli ti, sebbene in diversa misura, per cui si verifica un indebolimento generaliz zato delle capacità di azione collettiva dei principali gruppi sociali. Gli accor di stipulati in questa fase, e che si sono mantenuti per un periodo sorpren dentemente lungo, possono essere considerati il frutto della reciproca debo lezza delle classi in gioco. D ’ altra parte, gli esempi «moderni» di accordi corporativi, elaborati nel secondo dopoguerra, sono stati il prodotto di una buona situazione econo mica, in cui il problema principale era la contradditorietà delle domande ri volte all ’ economia capitalistica. Da un lato, infatti, emerge in questo perio do in primo piano il problema delle pressioni inflazionistiche generate dalla stessa prosperità economica e dal pieno impiego, problema già anticipato da Kalecki. In situazione di pieno impiego, infatti, il problema fondamentale per il capitale diventa il controllo del potere ora localizzato nel mercato del lavoro, controllo che in democrazia non può essere perseguito con la sempli ce repressione della libertà di organizzazione. Così, di fronte a questo incre mento delle capacità di sindacalizzazione e di azione collettiva dei lavoratori, non è stato tanto l ’ effettivo incremento degli scioperi, quanto le potenzialità stesse di pressione collettiva sul mercato del lavoro che hanno posto enormi pressioni inflazionistiche sulla società. D ’ altra parte, e contemporaneamen te, la crescita è avvenuta in un contesto di liberalizzazione del sistema econo mico internazionale, e non all ’ ombra del protezionismo in un ’ economia re
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