Problemi della transizione 1983
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
di organizzazione, in cui sono rimasti pochi gruppi privi di protezione ai quali passare i costi mentre la torta da dividere diminuisce, diventa molto più difficile giungere ad accordi di questo tipo o anche sostenerli. A questo punto, ci sono due modi per risolvere il problema all ’ interno di questi siste mi corporativi. Il primo consiste nell ’ ampliare continuamente l ’ area sotto posta a contrattazione, ed è questa una delle osservazioni più importanti di Gehrard Lehbruch: laddove un accordo corporativo si è rivelato efficace per un certo periodo di tempo, esso tende ad espandersi e a coprire nuovi ambi ti. Ad esempio, nel caso di una situazione a «somma zero», in cui i profitti sono duramente contratti ed i salari continuamente minacciati da tagli, i la voratori possono ottenere la restituzione di tali quote di reddito attraverso strumenti fiscali — e questa sembra la soluzione adottata in Italia. In questo modo si realizza uno scambio «non a somma zero» a partire da una situazio ne «a somma zero», rovesciandone il costo sullo stato ed in ultima analisi sui contribuenti. Gli accordi possono essere facilitati in questo modo ampliando la politica fiscale o quella sanitaria o aumentando il salario sociale. Ma quando questo spazio di manovra è già stato interamente sfruttato, co me è avvenuto in Austria e Svezia, dove tutte le variabili macroeconomiche e politiche (impiego, investimenti, partecipazione sindacale a livello di fabbri ca) sono state buttate sul tappeto, occorre un ’ altra soluzione. E questa solu zione, cui non è stata finora prestata molta attenzione e che in effetti è mol to difficile da realizzare, consiste nella proiezione avanti nel tempo degli ac cordi corporativi. Ciò comporta un sostanziale mutamento della natura del compromesso di classe, inteso non in senso elettorale, ma in termini di rela zioni contrattuali. Un compromesso di classe può essere una tregua momen tanea (specie se si verifica nell ’ ambito degli «equilibri catastrofici» sopra menzionati, in cui ciascuna parte non può colpire l ’ altra senza danneggiare se stessa o in cui entrambe le parti sono troppo deboli); oppure può configu rarsi come un vero armistizio o trattato di pace in cui le parti riconoscono — per esprimersi in termini gramsciani — che non è più possibile una guerra di fronti mobili, ma solo di trincea ed avvertono l ’ esigenza di giungere ad ac cordi stabili. Nell ’ ambito di un accordo prolungato nel tempo, ad esempio, i lavoratori accettano nell ’ immediato tagli al salario reale mentre i capitalisti vedranno aumentare i loro profitti. È chiaro che i lavoratori potranno trarre vantaggio da questo tipo di accordo dopo alcuni anni, solo a condizione che i capitalisti osservino nel frattempo le regole del gioco democratico, e manten gano le loro promesse senza magari appoggiare l ’ avvento di un regime auto ritario. In effetti, l ’ accordo sottostante ad una simile distribuzione di risorse scarse in favore dei capitalisti, si basa, nell'immediato, sul mantenimento di un regime di piena (o quasi) occupazione e, in futuro, sulla garanzia di ri compensa dei sacrifici effettuati dai lavoratori, attraverso gli investimenti o la riqualificazione o la cosiddetta «politica attiva del mercato del lavoro».
D. Mi pare che un elemento importante per la realizzazione dello scena rio che hai descritto sia la credibilità dello stato. La strategia a due stadi che tu hai descritto, cioè, — per cui le concessioni di oggi sono subordinate alla promessa di una ricompensa futura — mi sem bra che necessiti di un «terzo partito» di notevole prestigio (lo stato) che si
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