Problemi della transizione 1983

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

re incidenza sul processo decisionale delle imprese. Occorre infine considera re che un ’ importante contropartita per i lavoratori sta nell ’ accrescimento della loro influenza politica generale sulle decisioni a livello macroeconomi co. Per quel che riguarda la prima argomentazione, quindi mi sembra che gli accordi neocorporativi possano essere definiti «asimmetrici» solo da un punto di vista estremamente ristretto: non si può certo dire che i lavoratori austriaci, svedesi o norvegesi si siano trovati in condizioni peggiori di quelli di altri paesi. La seconda questione, che chiama in causa il compromesso di classe, è spesso centrale al dibattito sulla socialdemocrazia ed i suoi valori. Es sendo a mio modo un socialdemocratico, ritengo il compromesso di classe una presa di posizione perfettamente logica, razionale e cosciente, beninteso per i lavoratori dotati di una forte organizzazione — non certo per quelli male organizzati. Questo è tanto più vero in situazioni in cui manchino le condizioni per una immediata presa del potere ed in cui sia molto più pre sente la minaccia dell ’ avvento di un regime autoritario o dell ’ adozione di una politica economica liberista di stampo reaganiano. Per quel che riguarda la terza argomentazione, è vero che il corporativismo trasforma le organizza zioni dei lavoratori, ma ha lo stesso effetto anche sulle organizzazioni degli imprenditori, e da questo punto di vista non penalizza una sola delle parti. Vediamo ora le ragioni a sostegno della tesi che pone l ’ accento sulla ten denza dei capitalisti ad abbandonare gli accordi sociali o a resistere alla loro attuazione, dimostrata perlatro dalle grosse difficoltà incontrate dagli accor di in Svezia e, in minor misura, in Norvegia e Danimarca. Un ’ ovvia ragione risiede nella tendenza dell ’ accordo corporativo ad espandersi col tempo a questioni che vanno al di là del livello immediato dei profitti, e che sono di ben maggiore importanza per i capitalisti ‘ come ad esempio il diritto di pro prietà. La seconda ragione sta nei cambiamenti apportati dagli accordi cor porativi al ruolo delle associazioni imprenditoriali, cambiamenti che ho po tuto verificare anche nel corso della ricerca che sto attualmente svolgendo in sieme a studiosi di vari paesi europei. Per quanto anomalo ciò possa sembra re, gli accordi, dando un notevole ruolo agli «intermediari collettivi» ivi com preso quello dei capitalisti, comporta una «sindacalizzazione» di questi ulti mi nonostante tutte le loro resistenze. L ’ associazione degli imprenditori, in fatti, si troverà sempre più spesso a collaborare con i sindacati e lo stato per raggiungere accordi in materia di in vestimenti, salari e prezzi, assumendo le caratteristiche di un «governo di classe» teso a restringere l ’ autonomia delle singole aziende. Ed il mutamento della relazione con il proprio portavoce collettivo è per i capitalisti un prezzo molto alto da pagare in cambio dei vantaggi loro derivanti dagli accordi neocorporativi. I capitalisti posseggono infatti una volontà di difesa del loro potere individuale, dell ’ autonomia del la impresa e dei diritti di proprietà che rende l ’ espressione di volontà solida ristica molto più difficile per loro di quanto non sia per i lavoratori, che han no un senso molto più forte di solidarietà collettiva ed una volontà molto maggiore di rinunciare ai propri diritti individuali in favore di forme colletti ve di espressione. Ma su questo terreno occorre registrare anche un effetto degli accordi neo corporativi sui sindacati dei lavoratori, che ha contribuito a minare gli accor di stessi ed ha certamente avuto un ruolo nel caso della «maxitrattativa» ita liana. La maggior parte degli accordi neocorporativi, specie laddove oggetto centrale della contrattazione è una politica dei redditi, innescano una ten denza all ’ egualitarismo salariale o alla compressione del ventaglio salariale,

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