Problemi della transizione 1983

Neocorporativismo

che finisce coll ’ attribuire maggiori benefici ai lavoratori meno pagati che a quelli degli strati più elevati. In questo modo, il conflitto si trasferisce esterno — capitale contro lavoro — aU ’ ÒPZervo stesso della classe ope raia. Ciò d ’ altra parte è vero anche per la classe capitalistica. Ne consegue che entrambe le parti contrattuali, di norma altamente organizzate, hanno difficoltà di gestione interna di questi accordi. Infatti, le industrie più com petitive da un lato e i gruppi di lavoratori specializzati dall ’ altro cominciano a risentire di una spinta alla defezione che li induce a stipulare accordi sepa rati. Ed è questo esattamente quanto è avvenuto recentemente in Svezia: l ’ accordo centralizzato si è frantumato, il settore metallurgico si è separato dagli altri ed ha firmato un proprio accordo. Il problema è che questa ten denza, non va tanto in direzione di una distruzione degli accordi corporativi, quanto di una loro disaggregazione, trasformandoli da mazitrattative in mi nitrattative settoriali. D. Uno dei punti centrali della discussione sulla crisi degli accordi neo corporativi riguarda la natura dell'oggetto di scambio in periodo di crisi eco nomica o di rallentata crescita economica, quando il vecchio tipo di accordo — basato ad esempio sulla riduzione delle domande salariali in cambio di un allargamento dello stato assistenziale — non è più praticabile. In questo caso, diversi studi suggeriscono uno scambio in termini di democrazia indu striale, il cui oggetto sia cioè il controllo sia sugli investimenti che sulle con dizioni di lavoro. Si può pensare che questa tendenza abbia un valore positi vo e che possa avere un ruolo importante negli sviluppi del neocorporativi smo, specie del neocorporativismo democratico? R. Ritengo che questa tendenza rivesta una notevole importanza soprat tutto a livello ideologico: è estremamente importante infatti che la socialde mocrazia non diventi una forza politica statica, tesa ad obiettivi fissati una volta per tutte, ma che si ponga al contrario sempre nuovi obiettivi — il che per altro costituisce un momento caratteristico dei rapporti di classe, specie nei periodi di «bassa congiuntura». Il problema viene definito a volte in ter mini simbolici ed altre volte in termini di potere, ma sempre in un ’ ottica proiettata verso il futuro: il punto centrale è cioè sempre il controllo della classe operaia di oggi su certi aspetti del domani, come gli investimenti, o le politiche concorrenziali o ancora le politiche di bilancio di lungo termine. Ma ritengo necessario a questo proposito operare una distinzione che co stituisce comunque il nodo problematico di qualunque movimento di classe. Un conto infatti è rilevare come la tendenza di cui stiamo parlando sia un importante sviluppo ideologico, in grado di dare ai sostenitori della socialde mocrazia e alla leadership sindacale il senso di un movimento fornito di obiettivi e proiettato in avanti. Ma che questo sia esattamente la controparti ta che i lavoratori sono disposti ad accettare in periodo di bassa congiuntura è tutt ’ altra questione. In questo caso, i lavoratori sono infatti molto più tesi ad ottenere il pieno impiego (o più elevati livelli di impiego rispetto a quelli realizzabili nell ’ ambito della attuale congiuntura internazionale), e comun que ad evitare le tremende conseguenze del liberismo alla Reagan-Tatcher; molto minore importanza immediata rivestono per loro le decisioni di inve-

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