Problemi della transizione 1983

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

stimento a lungo termine o l ’ accumulazione di fondi in grado di riorientare il sistema economico. Si tratta senz ’ altro anche di una questione di educa zione nel senso lato del termine: è questo un tipico rapporto istituito da in tellettuali con un interesse di classe, che essi cercano di promuovere, ma che finisce con l ’ entrare in conflitto con gli interessi più immediati dei lavorato ri. È certamente importante che gli intellettuali tentino una definizione de gli interessi dei lavoratori che superi le questioni immediate sul tappeto; ma se essi si spingono troppo in là, corrono il rischio di perdere il contatto con i lavoratori e con la realtà. D ’ altra parte, esiste senz ’ altro una funzione educa tiva del lavoro intellettuale, che può col tempo indurre i lavoratori a ricono scere l ’ importanza del controllo sugli investimenti — anche se questo atteg giamento non sembra molto diffuso, tanto che in molti paesi i lavoratori stessi rifiutano una corresponsabilizzazione nella gestione industriale, accet tando pienamente l ’ ideologia borghese secondo la quale viene realizzata la massima efficienza solo se le imprese sono condotte da «loro» (i capitalisti). R. Premetto che non sono certo un esperto di questioni italiane; posso senz ’ altro dire che certi aspetti della maxitrattativa rivestono un carattere neocorporativo. Ma l ’ aspetto per me più interessante del caso italiano è una sorta di inversione che questo ha costituito rispetto al modello storico del corporativismo. Solitamente infatti questo ultimo emerge prima di tutto a livello di rappresentanza di classe, sotto forma cioè di un sindacato «mono polistico», relativamente centralizzato e gerarchizzato, che razionalizza e sta bilizza la struttura di rappresentanza di classe, eliminando i sindacati rivali e organizzandosi lungo linee verticali dal basso verso l ’ alto. Solo a questo pun to diventa insieme possibile e probabile che questa organizzazione partecipi ad accordi di tipo corporativo attinenti alle politiche fiscali, dei redditi e de gli investimenti. In genere, cioè, la modificazione dell ’ organizzazione degli interessi precede la modificazione del processo di policy-making. Nel caso italiano si assiste invece ad un ribaltamento di questo modello, per cui ven gono instaurate modalità di policy-making — nuove per l ’ Italia ed in certa misura simili a quelle di altri paesi più connotati in senso corporativo — ri spetto alle quali la struttura organizzativa della classe operaia e dei capitalisti non è affatto coerente. Esiste infatti da un lato una divisione tra tre sindacati (che peraltro riescono a collaborare unitariamente); dalla parte dei capitali sti, inoltre, non sembra possibile definire se la Confindustria riuscirà a far ri spettare gli accordi o se verrà scavalcata da defezioni a livello individuale o settoriale. In seguito a tali accordi, si avranno senz ’ altro in Italia effetti a vari livelli: sul piano economico, l ’ elemento più importante sarà il comporta mento dell ’ inflazione; ma ciò che mi interessa maggiormente come scienzia to sociale, e la principale domanda politica, è la possibilità o meno che l ’ ac cordo muri la struttura degli interessi organizzati. Se cioè da un lato si verifi cherà un cambiamento nella natura dei sindacati e nelle relazioni tra di loro e al loro interno; e dall ’ altro quale sbocco avranno le grosse tensioni in atto all ’ interno della Confindustria. Non riesco d ’ altronde a dare una risposta al D. Qual è — e questo sia detto per inciso — il tuo giudizio sul maxiaccor do sindacale attuato in Italia e sulla possibilità che anche qui possa realizzarsi un qualche tipo di sistemazione neocorporativa?

12

Made with FlippingBook Ebook Creator