Problemi della transizione 1983
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
va enormi le potenzialità della democrazia rappresentativa. Ed anche il suo contemporaneo Karl Marx aveva una visione piuttosto ottimista del suffragio universale, che secondo le sue parole: «equivale al potere politico della classe operaia, laddove i proletari costituiscono la grande massa della popolazione. Suo necessario risultato è la supremazia politica di questa classe». In partico lare, egli sottolineò l ’ esistenza di una «concorrenza interna» tra i salariati co me il fattore cruciale e determinante delle capacità della classe operaia di in cidere sulla società capitalistica: con la diminuzione di questa «concorrenza interna» tra i salariati, infatti, si sarebbe verificato lo sgretolamento completo delle fondamenta stesse del capitalismo. Ma nel secolo XX le teorie dei pen satori politici hanno assunto toni molto meno ottimistici: all ’ inizio del seco lo, Lenin affermava infatti che la democrazia politica costituiva la migliore protezione del sistema capitalistico; egli inoltre sembrava non nutrire più la stessa fede di Marx nella capacità dei sindacati di determinare il cambiamen to sociale, tanto da subordinarli ad una elite, il partito politico. Da parte propria, anche Roberto Michel ebbe modo di manifestare forti dubbi sulla capacità dei sindacati e dei partiti politici come canali di mutamenti politici basilari nelle società capitalistiche. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, alcuni studiosi di scienze so ciali hanno posto domande ancora più radicali, rimettendo in discussione nel suo complesso la tesi secondo la quale i conflitti di classe — cioè i conflit ti di interesse tra capitale e lavoro — sarebbero le forze conduttrici del muta mento sociale. A questa concezione, essi hanno contrapposto l ’ importanza di altri elementi — come ad esempio lo sviluppo tecnologico — come fonte di cambiamento nelle società capitalistiche. E sono giunti alla conclusione che in queste società mutamenti fondamentali hanno già avuto luogo con l ’ introduzione del suffragio universale e la legittimazione della contrattazio ne sindacale collettiva: ciò avrebbe offerto ad una pluralità di gruppi di inte resse l ’ opportunità di influenzare processi e risultati della democrazia capita listica, così da rendere superflui ulteriori cambiamenti. Secondo alcuni socio logi contemporanei, lo scoppio del conflitto sociale viene oggi determinato dallo scontro di classe in misura molto minore che in passato, in quanto le fratture etniche, razziali e religiose avrebbero assunto in questo ambito un ruolo molto più centrale. Secondo altri, d ’ altronde, avrebbe già avuto luogo quella che viene definita la «rivoluzione silenziosa», chiave dell ’ avvento della società post-materiale, in particolare tra le giovani generazioni. Ed alcuni neocorporativismi riprendono oggi le critiche già avanzate a suo tempo da Roberto Michel sui sindacati, visti come meri strumenti di controllo della classe operaia da parte dello stato e del capitale. Questo saggio intende porre in discussione proprio questo tipo di teorie: rimane infatti ancora oggi valida l ’ ipotesi che individua nel conflitto di inte ressi tra lavoro e capitale la principale fonte di frattura nelle democrazie capi talistiche. Ma occorre sottolineare che le conseguenze — e quindi l ’ impor tanza stessa — di queste fratture dipendono in gran parte dalla distribuzione delle «risorse di potere» tra il capitale e le classi a lui alleate da un lato ed i sa lariati e la classe lavoratrice in genere dall ’ altro. Le principali risorse di potere di questi ultimi sono determinate soprattutto dal livello della organizzazione sindacale e dalla forza politica dei partiti di sinistra — oltre che dal sostegno fornito dall ’ elettorato agli sforzi politici della classe operaia. In quest ’ ottica, nessuna delle due posizioni sopra citate — né la tesi pluralista, che sostiene l ’ esistenza di una distribuzione più o meno egualitaria delle risorse di potere
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