Problemi della transizione 1983

Il caso svedese

nelle società occidentali, né d ’ altra parte la tesi dei marx-leninisti, secondo i quali nelle democrazie capitalistiche il capitale detiene quasi tutte le risorse di potere a scapito dei lavoratori e della classe operaia — sembra fornire un approccio fruttuoso per una migliore comprensione di quanto accade in pae si come la Svezia. Ciò che occorre invece riconoscere è il principio per cui la distribuzione delle risorse di potere tra capitale e classe operaia può effettiva mente variare a seconda delle epoche e dei paesi, a seconda del livello di or ganizzazione sindacale dei lavoratori, della natura di questa stessa organizza zione, del grado di sostegno da questa fornito ai partiti di sinistra, ecc. Ed ancora, è necessario considerare che i fattori strutturali, se sono di grande im portanza nella definizione delle condizioni in base alle quali la classe operaia può cambiare la società, pure costituiscono solo parte di tali condizioni. Pari importanza dovrebbe infatti essere accordata alla concreta azione politica del movimento operaio; solo l ’ analisi delle conseguenze di tale azione, infatti, permette di stabilire l ’ adeguatezza di una data strategia politica oppure la necessità di un deciso mutamento di rotta del movimento stesso. In questa ottica, il caso svedese dimostra in maniera significativa l ’ impor tanza del conflitto industriale come indicatore del cosiddetto «conflitto di classe» nella società in cui viviamo. In effetti, la Svezia ha sperimentato cam biamenti piuttosto traumatici nel corso di questo secolo. Paese «late corner» — l ’ industrializzazione ha qui preso il via solo nel corso dell ’ ultima decade del secolo XIX — ha però assistito ad un rapido processo di organizzazione della classe operaia, e con questo ad un drastico aumento del conflitto in tempi molto brevi. Lo sciopero generale del 1909, che durò un intero mese, fu in effetti il più ampio conflitto scoppiato in quegli anni nel mondo indu strializzato. Ben presto, anche gli imprenditori furono costretti ad organiz zarsi in forti confederazioni per riuscire a contrastare l ’ attività del sindacato nelle industrie. Così, nel corso dei tre decenni successivi la classe operaia fu coinvolta in intense lotte con gli imprenditori sul mercato del lavoro, lotta che si tradusse in conflitti prolungati e bene organizzati, nel corso dei quali ciascun contendente faceva largamente uso della propria forza organizzativa per cercare di indebolire la controparte. Ed in effetti, fino all ’ inizio degli an ni ’ 30, la Svezia era la prima nazione del mondo occidentale per conflitti in dustriali e giornate lavorative perse per scioperi e serrate in rapporto al nu mero di lavoratori. Ma la situazione mutò radicalmente nell ’ arco di circa un decennio, a partire dalla metà degli anni ’ 30 fino al periodo immediatamen te successivo alla fine della seconda guerra mondiale. Da quel momento, in fatti, la Svezia divenne nota come il paese della pace sociale, dove — come sostenevano molti studiosi — era stato scoperto un nuovo modo di organiz zazione di una società capitalistica che non richiedeva cambiamenti fonda mentali del sistema economico, pur contenendo evidenti premesse per una fruttuosa e pacifica cooperazione tra capitale e lavoro. Da sinistra sorsero an che voci critiche, che sostenevano che questo sviluppo pacifico in Svezia — tanto più pacifico se si guardava alla situazione in altri paesi — era stato reso possibile solo da una «abiura» del socialismo pronunciata dal movimento operaio svedese, diventato «socialdemocratico» nell ’ accezione data comune mente al termine in Inghilterra e Francia. Ma un ’ attenta analisi degli avvenimenti consente di formulare una diversa spiegazione di questo drastico cambiamento del modello svedese della lotta di classe, che si esprimeva in maniera così evidente nell ’ arena industriale. Per usare termini familiari al recente dibattito politico italiano, si potrebbe dire

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