Problemi della transizione 1983
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
tra i lavoratori delle miniere del Nord, che — essendo il primo del genere — costituì una specie di shock per la società nel suo insieme e per il movimento operaio in particolare, in quanto rivelava improvvisamente che quella che veniva universalmente ritenuta la «giusta» società era in realtà una società con molti problemi irrisolti. Probabilmente, la spinta decisiva al riorientamento del movimento ope raio in Svezia nel corso degli anni ’ 70 fu però dovuta alla continua riduzione — acceleratasi durante il periodo postbellico — dello svantaggio di cui la classe operaia soffriva rispetto al capitale in termini di risorse di potere. E questo aumento complessivo delle risorse di potere del movimento operaio ebbe origine in gran parte nell ’ imponente aumento del livello di sindacaliz- zazione in Svezia: nel 1932, ancora 1/3 dei lavoratori manuali non erano sin dacalizzati, mentre ben poche tra le donne e addirittura quasi nessuno degli impiegati lo era. Negli anni ’ 50 e negli anni ’ 60 non solo la sindacalizzazio- ne delle donne e dei lavoratori dell ’ industria divenne pressoché completa, ma si verificò anche una esplosione della sindacalizzazione tra i dipendenti stipendiati. In questo modo, negli anni ’ 70 la organizzazione sindacale in Svezia aveva raggiunto un livello da record mondiale, pari ad un 80-90% dei lavoratori. Ma, fatto questo che era parimenti se non più importante, con temporaneamente si era anche avuta una notevole riduzione di quella che era stata definita da Marx la «concorrenza interna tra i lavoratori»: fenomeno che era stato favorito senz ’ altro dalla stessa natura dei sindacati svedesi. E ve ro che questi avevano continuato anche nel periodo postbellico ad essere do minati dai sindacati industriali. Ma all ’ interno della confederazione sindaca le svedese — la L.O. — si era sviluppato un modello di organizzazione a ba se operaia che non si limitava ad agire nell ’ interesse ristretto dei propri membri (lavoratori impiegati nella stessa branca industriale), ma che al con trario aveva finito col prendere sempre più in considerazione gli interessi di tutti i lavoratori; ed al servizio di tali interessi complessivi erano stati posti i potenti strumenti a disposizione di una confederazione sindacale centraliz zata e ben coordinata. Questo contesto favorì senz ’ altro i sindacati degli im piegati che col tempo acquisirono e svilupparono, se non proprio la stessa forza, quantomeno una notevole tendenza a seguire le orme del movimento sindacale confederato. Gli operai svedesi divennero così sempre più coscienti del fatto che le loro «risorse di potere» erano effettivamente aumentate: per questa ragione, quello che negli anni ’ 30 era apparso come un necessario compromesso ora doveva essere messo in discussione. Tra le questioni ora sul tappeto, un ruolo centrale era certamente tenuto dalle prerogative impren ditoriali, che si riassumevano nel diritto dei capitalisti di decidere da soli le modalità di assunzione e di licenziamento, e di controllare ed indirizzare ogni aspetto del processo lavorativo. Altro punto centrale era costituito dal sempre più rapido processo di concentrazione di capitale (e potere) che nell ’ economia svedese aveva forse sopravanzato quello verificatosi in molti altri paesi occidentali — tanto che negli anni ’ 50 si discuteva molto delle «quindici famiglie» che controllavano l ’ industria. Ciò che va comunque sottolineato è il fatto che la crisi del compromesso storico in Svezia era cominciata già prima dell ’ avvento della crisi economica, che si è qui sviluppata nella seconda metà degli anni ’ 70. La crisi del com promesso storico era infatti già iniziata nel 1969: e già nel 1970 la Confede razione sindacale aveva chiesto all ’ ala sinistra del movimento operaio e del partito socialdemocratico di intraprendere iniziative politiche per frenare e
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