Problemi della transizione 1983

Scienza e ideologia

sforici compongono il DNA). I geni inoltre sono fondamentalmente «inva rianti» (Monod 2 ) e cioè passano in gran parte inalterati di generazione in ge nerazione. La variabilità esistente è determinata da mutazioni che sono eventi rari e casuali. All ’ invarianza si appaia il concetto della «teleonomia», della presenza cioè di un progetto autonomo codificato nel materiale geneti co. La autonomia del progetto implica allora che lo sviluppo di un individuo sia perfettamente prevedibile una volta che sia noto il suo codice genetico (non vi è aumento di informazione, ma solo espressione della stessa durante lo sviluppo) mentre sul piano della evoluzione la nuova variabilità viene in serita nel programma solo se è compatibile con esso. Questi concetti sono an cora più chiari nelle parole del più lucido sostenitore del programma mecca nico, J. Monod 2 . Per quanto riguarda lo sviluppo degli individui: «la struttu ra di un essere vivente è il risultato di un processo nella misura in cui non de ve praticamente niente all ’ azione delle forze esterne, mentre deve tutto, dal la forma generale fino al minimo particolare, ad interazioni morfogenetiche interne all ’ oggetto medesimo». O, meglio ancora: «Non si può invece conce pire alcun meccanismo in grado di trasmettere al DNA una qualsiasi istru zione o informazione. .. Come si vede a causa del suo funzionamento micro scopico ad orologeria che stabilisce rapporti a senso unico fra DNA e protei ne come pure fra organismo e ambiente esso sfida qualunque concezione dialettica: è fondamentalmente cartesiano e non hegeliano; la cellula è pro prio una macchina». Sul piano evolutivo poi: «L ’ evoluzione e il progressivo affinamento di strutture sempre più fortemente teleonomiche sono dovuti al sopraggiungere di perturbazioni in una struttura già dotata della proprietà di invarianza e quindi capace di conservare il caso e di subordinarne gli effet ti al gioco della selezione». Quindi: «E l ’ apparato teleonomico, proprio come funziona nell ’ attimo in cui per la prima volta si esprime una mutazione, che definisce le condizioni essenziali per l ’ accettazione temporanea o definitiva oppure per il rifiuto del tentativo nato dal caso. Ed è per questo che l ’ evoluzione sembra realizzare un progetto, quello di prolungare e dare un maggior respiro a un sogno an cestrale». Nella visione di Monod esiste quindi un progetto ancestrale (fatto da chi?) depositato nel DNA, che viene trasmesso, in modo non dissimile da un Verbo divino, di generazione in generazione in modo autonomo e rigido. In tempi più recenti l ’ autonomia dall ’ ambiente di questo progetto è stata tradotta in autonomia anche dall ’ organismo per cui l ’ unico elemento impor tante del processo evolutivo diventa la molecola di per sé, la macchina in quanto tale e il fine di tutto è allora la autoriproduzione del progetto, maga ri in competizione con altri, altrettanto invarianti ed autonomi. Si giunge così alla teoria cosiddetta del «gene egoista» (sulla ragione dell ’ uso di questo termine tornerò in seguito) così definita da L.E. Orgel e Francis H. Crick 3 : «La familiare teoria della selezione naturale si occupa della competizione fra organismi in una popolazione. Al livello della genetica molecolare ci dà una spiegazione della diffusione nella popolazione di geni o sequenze di DNA utili. .. L ’ idea del DNA egoista è diversa. Anch ’ essa si riferisce alla diffusione di un certo tipo di DNA nel genoma. Tuttavia nel caso del DNA egoista la sequenza che si diffonde non dà alcun contributo al fenotipo dell ’ organi smo». A questo punto la vita non è che un meccanismo di autoriproduzione di una macchina informatica senza senso, per cui gli organismi hanno solo la funzione di portatori della informazione e l ’ ambiente serve solo, in parte, ad

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