Problemi della transizione 1983

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

questa visione (il neodarwinismo N.d.R.) ogni allele mutante, o forma mu tata di un genere è più o meno adattativo dell ’ allele da cui è derivato. Au menta nella popolazione solo passando il test restrittivo della selezione. Per più di un decennio io ho sostenuto una posizione diversa. Io credo che gran parte dei geni mutati che si individuano soltanto con tecniche chimiche sia no neutri dal punto di vista selettivo e cioè non siano nè più nè meno van taggiosi dal punto di vista adattativo dei geni che rimpiazzano». L ’ evoluzione quindi, che anche per i sostenitori della ipotesi stocastica consiste fondamentalmente nelle variazioni che subiscono le frequenze geni che, procede per azione della deriva genetica (per errori di campionamento) e non per effetto della selezione naturale a cui è riservato solo il ruolo di eli minare mutazioni particolarmente dannose per la vita degli organismi. Da questo punto di vista, gli stocastici (neutralisti) attaccano soprattutto il con cetto di programma e la concezione teleonomica dell ’ evoluzione sia nella versione più estrema, ben enunciata da Monod, sia nelle sue accezioni più moderate, legate all ’ idea di progresso evolutivo cara a gran parte del darwi nismo. Se il concetto di caso caratterizza la corrente stocastica durante tutta la sua storia, non si può dire che sia altrettanto costante il modo con cui ven gono visti gli elementi base dei processi ereditari, i geni. Infatti, i primi so stenitori dell ’ ipotesi neutralista (i mendeliani) poggiavano la loro critica a Darwin e soprattutto ai suoi seguaci della scuola che si era formata attorno alla rivista Biometrika in Inghilterra, anche sulla discrepanza fra la relativa rapidità della evoluzione osservabile dai reperti paleontologici e la lentezza del meccanismo proposto da Darwin, basato sull'accumularsi, lento e dire zionato, di piccoli cambiamenti. Diceva infatti uno dei riscopritori delle leg gi di Mendel, Hugo de Vries 7 : «La costruzione della struttura del nostro oc chio è sorprendente: la serie di passaggi intermedi fra esso e una semplice macchia di pigmento è enorme e, secondo la teoria della selezione, ci sareb be stato bisogno di milioni di anni perché, usufruendo della variabilità nor male si passasse dallo stadio iniziale all ’ attuale alto grado di organizzazio ne... Qui la teoria delle mutazioni offre il maggiore vantaggio, fra gli argo menti trattati, sulla teoria dominante attualmente, della selezione». La teo ria delle mutazioni infatti si basava su un altro concetto caratteristicamente mendeliano, quello della discontinuità degli elementi ereditari (della varia bilità genetica), che permetteva di prevedere l ’ esistenza di «salti» evolutivi non compatibili con l ’ impostazione darwiniana classica. Infatti, ancora Pun- nett afferma: «La nuova variabilità appare per un salto improvviso, non at traverso un processo di incremento graduale e quasi impercettibile. Non è continua ma discontinua perché si basa sulla presenza o assenza di fattori de finiti e sulla discontinuità presente nei gameti da cui è sorta». Si fa luce quindi una teoria «saltatoria» della evoluzione che tende a sostituire, su basi materialistiche, teorie precedenti, quali quella nota come «teoria delle cata strofi» fondata da Cuvier e sostenuta, anche contemporaneamente a Darwin, da Louis Agassiz 8 che prevedeva un susseguirsi di catastrofi naturali e di atti creativi. La teoria saltatoria dei mendeliani è, come è logico, basata sulla in sorgenza di «grandi mutazioni» casuali, ed è quindi notevolmente diversa dalle attuali teorie saltatone, su cui tornerò brevemente in seguito, che inve ce vedono il salto come la conseguenza del passaggio improvviso da una struttura integrata ad un ’ altra, il cui alto grado di integrazione fa sì che non siano possibili forme intermedie situate in un campo di variabilità continua. Contraria a questa interpretazione è invece l ’ ipotesi neutralista moderna che

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