Problemi della transizione 1983

Scienza e ideologia

vede appunto nella casualità dei cambiamenti la base per la linearità dell ’ evoluzione.

3) Il programma olista dialettico Uso qui questa definizione presa da Alien 9 , perché mi sembra la più ap propriata per definire una terza corrente di pensiero, di grande importanza in genetica, che si fonda su di una visione organismica su base materialista in cui sono introdotti i concetti determinanti di movimento e storia. Sotto que sta etichetta sono quindi raggruppabili una serie di subteorie che per un lun go periodo hanno avuto una vita autonoma in genetica e in embriologia per poi avviarsi verso una unificazione negli ultimi anni. A questo programma appartengono intanto quelli che, soprattutto nel periodo di codificazione della «sintesi moderna», hanno posto l ’ accento sul fatto che la presenza di forme alternative (contemporaneamente) nello stesso individuo (eterozigosi) o nelle popolazioni non soltanto non riduce le possibilità di sopravvivenza ma è favorevole all ’ adattamento. A livello individuale questo è comprovato dalla osservazione, da parte di Shull 10 , del fenomeno cosiddetto della «etero- si» o «vigore ibrido» per il quale gli ibridi, in una serie di piante e di animali, tendono ad essere più vigorosi delle linee «pure» da cui derivano. Sulla base di questi dati è stata formulata la teoria della «balance selection» il cui più lucido esponente è senza dubbio Theodosius Dobzhanski 11 che spiega il per manere nelle popolazioni di una quota di variabilità genetica, incompatibile con l ’ interpretazione meccanica, grazie al vantaggio selettivo presentato da gli individui eterozigoti. Ciò impedirebbe l ’ eliminazione di quelle forme al ternative dei geni (alleli) che pure da sole (allo stato omozigote) avrebbero effetto negativo. L ’ eterozigosi d ’ altra parte ha complessivamente effetto fa vorevole sulla popolazione nel suo insieme perché la rende più plastica e quindi capace di rispondere alle inevitabili variazioni ambientali cui è sotto posta durante la sua storia. Ecco quindi come l ’ introduzione del concetto di storia (variazione nel tempo dell ’ ambiente) porti a valorizzare la variabilità nei confronti della omogeneità e ad offrire contemporaneamente una spie gazione della presenza della prima che diverge notevolmente da quella sto castica in quanto mantiene in pieno ed anzi amplia il concetto di selezione. È anche implicita in tutto ciò l ’ importanza della variabilità «per sé» il che fondamentalmente significa che le azioni dei geni non sono meramente ad- ditive, ma presentano una componente di interazione che aumenta i gradi di libertà sfruttabili durante il divenire storico sia degli individui che delle po polazioni come ho già avuto occasione di discutere in altra sede 12 . Appare evidente che questo concetto contrasta radicalmente con tutta l ’ impostazio ne meccanica in cui l ’ organismo non era dato che dalla somma delle espres sioni dei geni e in termini moderni anche con la versione «informazionale» di questa. Con molta chiarezza Waddington 13 afferma: «Nella teoria dell ’ in formazione, una volta che un messaggio contenente una certa quantità di in formazione sia stato emesso dalla sorgente, l ’ unica alterazione che tale quan tità può subire è una riduzione, nel senso che una sua parte va perduta o vie ne sommersa dal rumore. In particolare, la quantità di informazione non può aumentare, a meno che la fonte emetta qualche altro segnale. E questa un ’ altra caratteristica della teoria che la rende inadeguata a molti contesti re lativi agli esseri viventi. Un uovo fecondato ad esempio diventa naturalmen

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