Problemi della transizione 1983
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
una comunità scientifica organizzata ed anch ’ essa interdisciplinare come quella creata dall ’ abate Napp. Ecco fondamentalmente anche il perché della incapacità di gran parte degli scienziati dell ’ epoca di capire i risultati del la voro mendeliano (con l ’ eccezione del russo I.F. Schmalhausen) e le ragioni invece della «riscoperta» contemporanea delle leggi di Mendel da parte di più ricercatori nel 1900, epoca in cui le condizioni di cui sopra (collaborazio ne interdisciplinare e trasformazione sociale) andavano generalizzandosi e al cuni concetti come quello della discontinuità comparivano contemporanea mente in più discipline scientifiche, come ad esempio in fisica con la formu lazione della teoria dei quanti da parte di Max Planck. Il 1900 porta anche un ’ altra innovazione non indifferente nella struttura sperimentale della genetica, a livello della organizzazione del lavoro. Si può dire infatti che fino alla fine dell ’ ’ 800 o quasi il biologo e in particolare quel biologo che ancora non utilizzava molti strumenti di laboratorio, era un ri cercatore isolato, che si dedicava contemporaneamente ad una serie di pro blematiche, cercando di raccogliere in se stesso conoscenze in vari campi, ne cessarie e sufficienti per giungere alla visione sintetica (la «teoria») che allora era l ’ obiettivo fondamentale. Ai primi del ’ 900 questo atteggiamento cam bia e cominciano a formarsi gruppi integrati di ricercatori ognuno con sue competenze specialistiche con una organizzazione del lavoro che ricorda da vicino quella tayloristica. In questo contesto viene favorita grandemente la collaborazione interdisciplinare e passa in parte in secondo piano la necessità di una elaborazione teorica sintetica che si ritiene in parte inevitabile, una volta sommati i dati derivanti dalle singole discipline. In questo senso sono parallele la concezione meccanica dell ’ organismo come somma delle parti e quella per cui basta fondamentalmente aggiungere conoscenza specialistica a conoscenza specialistica per giungere alla verità complessiva. In realtà questo modo di procedere è la causa (positiva) della unificazione fra la citologia e la genetica e quindi della scoperta della base materiale dell ’ ereditarietà nei cromosomi, che culmina nella «Teoria del gene» sinte tizzata nel 1926 da Morgan, sulla base dei risultati ottenuti sulla Drosophila dal gruppo di ricerca raccoltosi intorno a lui e che comprendeva alcuni fra i padri della genetica moderna, come A.H. Sturtevant, H.J. Muller, C.B. Bridges 20 . Da una simile interazione interdisciplinare deriva anche la nascita della genetica di popolazioni e del tentativo di unificazione fra il concetto di discontinuità caratteristico della originale impostazione mendeliana e quello di continuità evolutiva di darwiniana memoria, nonché fra l ’ interpretazione stocastica e quella che vedeva l ’ evoluzione come un succedersi in parte «ne cessario» di eventi. La genetica di popolazioni infatti nasce dall ’ opera contemporanea di un matematico, G.H. Hardy e di un medico, W. Weinberg, mentre i fondatori della nuova sintesi sono Sewall Wright, genetista sperimentale, Sir Ronald A. Fisher, matematico e statistico eJ.B.S. Haldane, un biochimico con com petenze matematiche che si era avvicinato alla genetica. Benché le interpre tazioni dei processi evolutivi del primo siano diverse, come egli stesso ha te nuto a chiarire 21 , da quelle degli altri due, tutta la teoria, come ho accennato precedentemente, parte dall ’ ipotesi che sia possibile ricavare le leggi generali dell ’ evoluzione semplicemente estrapolando all ’ azione di più geni le leggi di Mendel, ed introducendo, come fattori di variazione delle frequenze ge niche, la mutazione, le deriva genetica e, soprattutto, la selezione. L ’ unifica zione con la matematica e la statistica consiste quindi fondamentalmente
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