Problemi della transizione 1983

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

nella opinione pubblica di cui sta godendo chi si occupa di biologia in gene re e in particolare dell ’ uomo e il contemporaneo, crescente disprezzo per chi invece teorizza dall ’ esterno. Con la conseguenza positiva di mettere un po ’ più con i piedi per terra il dibattito generale sulla natura dell ’ uomo, ma an che con quella negativa di introdurre nel «buon senso» il concetto che di tut to si debbano occupare gli «scienziati», quando da questa definizione si sia no esclusi tutti quelli che studiano l ’ uomo non solo dal punto di vista biolo gico ma anche da quello sociale. È qui la stessa definizione di scienza che è pericolosamente riduzionista perché esclude dal rango di «dati sperimentali» tutte quelle osservazioni che pure quotidianamente vengono fatte nel socia le. Per cui diventa «scientifico» e quindi «vero» quello che, ad esempio, dice sulla malattia mentale lo studioso di comportamento animale o il neurologo, ma non lo è quello che deriva dalla esperienza dello psichiatra o, ancora, so no l ’ etologo o il biologo in genere, e non il sociologo, l ’ economista e il poli tico, che sono chiamati a spiegare il meccanismo dello scoppio di una guerra, le dinamiche strutturali e sovrastrutturali delle società ecc. E questa impostazione riduzionista che deve essere combattuta, insieme alla tendenza a prendere in considerazione come veri solo i dati che avvalora no ipotesi meccaniche sulla natura del vivente, trascurando gli altri, che con i primi coesistono e indicano la grande possibilità di libertà del biologico e, insieme, la necessità del suo mantenimento. Chè d ’ altra parte il riduzioni smo meccanico è solo apparentemente materialista perché mentre nega li bertà al biologico apre la strada, per assurdo, ad affermazioni di libertà nello spirito, affidando a questo il libero arbitrio, la coscienza ecc. categorie che, se considerate come fuori e in antagonismo con la materia, restano anche estranee ai processi in divenire nella materia stessa, e quindi anche nella so cietà. Credo quindi che, per quanto riguarda la genetica, evitando demonizza zioni inutili, si debba soprattutto rifuggire da una visione non sintetica e dialettica dei dati in nostro possesso rifiutando nel contempo di estrapolare comunque i dati biologici oltre la loro portata facendo assurgere uno o l ’ altro dei programmi di ricerca al ruolo di teoria onnicomprensiva, capace di spie gare tutti gli eventi del mondo, inclusa la storia degli uomini. Quanto ho discusso si riferisce alle interazioni fra genetica e mondo ester no in cui struttura della scienza e ambiente scientifico hanno giocato un ruo lo attivo e dialettico. Non ho volutamente affrontato invece per owii limiti di spazio autoimposti, quei casi in cui si è cercato di imporre alla scienza scel te politiche ad essa del tutto estranee. Questo fenomeno, di cui si sono avuti episodi durante tutta la storia della genetica, è d ’ altra parte, a mio parere, la versione moderna delle teorizzazioni staccate dalla sperimentazione che ve nivano proposte, su base in gran parte ideologica, prima della nascita di que sta disciplina. In altre parole, l ’ intervento autoritario è stato tentato (ed è per la verità fino ad ora sempre fallito), quando i dati della genetica sembravano o erano in contrasto con alcune idee o programmi politici dominanti. Così è successo in URSS quando i concetti di invarianza del materiale ge netico che venivano dalla teoria morganiana, e gli scarsi successi dei pur va lenti genetisti russi nel migliorare la produzione delle piante e degli animali di interesse agrario sembravano essere in contraddizione dal punto di vista pratico con la programmazione quinquennale, da quello teorico con l ’ ideo logia allora vigente che prevedeva la possibilità di cambiare in positivo qual siasi cosa rapidamente con la applicazione dei principi socialisti e l ’ apporto

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