Problemi della transizione 1983
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
rie, nuovi progetti. Come una specie di contrappasso rispetto al modello dell ’ attacco irresistibile e concentrato su città e basi — che è stato a lungo vangelo per il SAC — Si è diffusa in particolare negli Stati Uniti una dottri na tesa a riportare la guerra «sul campo di battaglia». Le armi nucleari erano state create per molti scopi, con potenza variante da frazioni di kiloton a quantità 1000 volte maggiori. Dal 1956 esse sono diventate parte dell ’ arse nale di ogni branca delle forze armate. Queste armi non sono studiate per incursioni strategiche di lungo raggio, ma per impieghi militari d ’ ordinaria amministrazione, per terra, per mare e aria. Conosciute come armi nucleari tattiche, o di teatro, la loro varietà è impressionante. Quasi tutte le branche dell ’ esercito hanno trovato modo di disporre di una qualche arma nucleare. Le forze terrestri possono lanciare missili a testata nucleare a corto raggio contro obiettivi posti anche a 2000 chilometri di distanza; l ’ artiglieria possie de proiettili nucleari sparati da un cannone da 8 pollici con gittata da 15 a 30 chilometri. Esistono mine nucleari da demolizione trasportabili a ma no e utilizzabili per distruggere strade e nodi ferroviari. Nell ’ aereonautica, i più grandi aerei da caccia e da attacco hanno bombe nucleari a gravità; i bombardieri strategici, dal canto loro, ora montano missili aria-terra con te stata nucleare. Gli intercettatori veloci usano missili nucleari aria-aria contro i bombardieri che compiono azioni di disturbo. In marina, sulle portaerei sono installate bombe nucleari, mentre le navi montano missili nucleari con raggio di circa 100 miglia, contro attacchi provenienti dal cielo. Esistono bombe nucleari di profondità utilizzabili contro i sottomarini, mentre questi ultimi sono dotati di armi nucleari antisottomarino e antinave. Tutto ciò per quanto riguarda gli Stati Uniti. L ’ Unione Sovietica, dal canto suo, ha una dotazione altrettanto ricca: fanteria e artiglieria manovrano molti razzi terra- terra; i loro sottomarini d ’ attacco, sia nucleari che diesel, montano normal mente siluri nucleari puntati contro la flotta della NATO. Si ritiene che gli Stati Uniti posseggano dalle 15.000 alle 17.000 di queste armi nucleari, che si distinguono da quelle strategiche di lungo raggio prin cipalmente per il meccanismo di «consegna». Di queste, circa 6.000 sono di stanza in Europa, Gran Bretagna compresa; il resto è immagazzinato nei de positi americani o in giro per il mondo nelle basi e sulle navi della marina. La scorta sovietica è a livelli inferiori, forse sui 10.000 pezzi. Molte di queste ar mi raggiungono il megaton; forse la metà sono al livello di pochi Kton, 10 volte minore della bomba di Hiroshima. Ciò nonostante è chiaro come un loro utilizzo su larga scala in Europa condurrebbe a una feroce guerra multi- megatonica in un continente tanto popolato, con un tasso di distruzione e con rischi di radioattività mai visti nei lunghi annali del conflitto lungo il Re no, la Vistola o il Canale della Manica. Questo sommario resoconto non può certo trattare adeguatamente della complessa interazione esistente tra gli armamenti nucleari e lo schema di al leanze instaurato in Europa dopo la seconda Guerra Mondiale; questa rima ne peraltro la questione principale. La storia di questo periodo può essere letta come uno sforzo da parte dei governi europei teso a garantire che anche le superpotenze vengano coinvolte in una guerra nucleare in Europa, cosa che per lungo tempo gli Stati Uniti si sono preoccupati di evitare, pur riser vandosi il diritto di dare il via — o meglio minacciare di dare il via — alla guerra nucleare sul continente. Bisogna notare che le forze tedesco occidentali non possiedono armi nucleari proprie, se non quelle sotto il si multaneo controllo americano. Il controllo da parte dei sovietici delle armi
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