Transizione 1986

è voluto vedere unicamente l ’ invasione di campo nelle competenze regionali: invece di raccogliere la sfida e misurarsi coraggiosamente con la redazione regionale dei piani paesistici. Per fortuna in que sto caso una più ampia e consapevole maggioranza parlamentare ha aggiustato le cose: trasformando il decreto Galasso in una specie di legge ponte paesistica, a difesa generica di un territorio che entro il 1986 saranno le Regioni a pianificare più esplicitamente dal punto di vista ambientale. Quanto alla cultura, anch ’ essa ha per certi aspetti riflettuto la deregulation. Sono emerse apertamente posizioni di rifiuto del piano urbanistico, al quale si è voluto talvolta contrapporre il progetto archi tettonico, quasi che i due strumenti disciplinari non fossero inevitabilmente legati da un rapporto dialettico, che solo può offrire risultati culturali e anche operativi. Altra posizione debole emersa dal clima di deregulation è stata quella che sostene va la “ rifondazione globale ” del piano, alla ricerca di chimerici nuovi modi di pianificare: quasi che, per restare solo agli ultimi quarantanni, il piano urbanistico in Italia non si fosse gradual mente — e anche fortemente — trasformato, per adattarsi alle mutate condizioni giuridiche, sociali ed economiche. I rifondatori, invece, han fatto d ’ ogni erba un fascio, avversando piani corrivi alle peggiori speculazioni, ma anche piani che si sono battuti — e non senza successi — per migliorare lo sviluppo delle città. In campo culturale, però, alle posizioni di “ nihilismo pianifica- torio ” e di “ manicheismo progettuale ” , si sono felicemente con trapposti atteggiamenti più costruttivi. Da quelli che ricercano una “ architettura della città ” a coloro che sostengono la “ architettura del piano ” , da quelli che approfondiscono il passaggio “ dalla e- spansione alla trasformazione urbana ” a coloro che studiano le “ generazioni urbanistiche ” per ricavarne le nuove problematiche delle forme e dei contenuti. Questa dialettica culturale ha comin ciato ad influenzare direttamente le scelte urbanistiche comunali che devono misurarsi con le nuove esigenze, arricchendole di sug gerimenti originali, con i quali potrà essere meno difficile fronteg giare — almeno localmente — la dura situazione generale. Qualche preoccupazione, per la seconda Rassegna urbanistica regionale in Emilia-Romagna, era poi giustificata dal fatto che appena quattro anni erano passati dalla prima edizione della Ras segna, che aveva largamente rappresentato il meglio della produ zione disciplinare esistente. Al contrario gli organizzatori dell ’ ini ziativa si sono accorti che in un tempo tanto esiguo si erano 50

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