Transizione 1986
dubbio un notevole significato culturale. Ma il piano per Assisi del ’ 58 di Astengo non arriverà neppure all ’ approvazione, malgrado rappresenti una pietra miliare per l ’ analisi dei centri storici; ma il piano per Roma del ’ 62 (ancora Piccinato), pur ricco di nuove tecniche di piano e d ’ attuazione, crea sul territorio comunale la pesante ipoteca di una previsione per oltre 5.000.000 di stanze; ma il piano per Firenze del ’ 62 di Detti, forse il più avanzato dei piani razionalizzatori, è fortemente condizionato nelle sue scelte da quei ritardi politici e culturali, che in seguito ne rovesceranno l ’ attuazione. Delle innovazioni tecnico-normative iniziali poi resterà solo l ’ aspetto esteriore e i tanti piani razionalizzatori saranno ancora una volta più o meno apertamente al servizio del regime immobi liare. Così come all ’ interno di un puro disegno razionalizzatore saranno spesso usati il piano per l ’ edilizia economica e popolare istituito nel 1962 e gli standard dei servizi sociali resi obbligatori nel 1968: rispettando la forma della legge, ma selezionando le aree fra quelle di più basso valore, generalmente in piena campagna, facendo dell ’ assistenzialismo urbanistico di cattiva qualità. Gli stessi piani regolatori per Milano e Genova adottati nel 1976 dalle riconquistate amministrazioni di sinistra sembrano legati all ’ urba nistica sociale e riformista più dalle parole delle relazioni che dai fatti del piano; di fronte all ’ attuazione quelle parole cadranno in disuso e prevarrà l ’ emarginazione delle funzioni urbanistiche meno lucrative — i servizi pubblici, le abitazioni popolari, le industrie — di fronte alla valorizzazione centrale delle funzioni urbanistiche più vantaggiose, quelle direzionali. Le innovazioni della tecnica disciplinare caratterizzano anche i piani “ riformisti ” , che però si propongono concretamente di inter venire sulle patologie della città, contrastando e condizionando il regime immobiliare e le rendite urbane. Perché ciò sia possibile, l ’ urbanistica riformista valorizza il rapporto piano-gestione e con diziona le stesse scelte di piano ad una realistica attuabilità. I piani riformisti sono in genere quelli che possono vantare una effettiva continuità attuativa e che, in conclusione, hanno determi nato concreti effetti qualitativi sullo sviluppo delle città. Fra i piani riformisti della seconda generazione bisogna ricordare quelli di Bergamo del ’ 69 e di Pavia del ’ 76, ma gran parte dei piani riformisti sono stati elaborati e attuati in Emilia-Romagna: dal piano di Modena del ’ 65 a quelli di Reggio del ’ 67 e di Imola del ’ 69, dal piano di Bologna, che nel ’ 70 conclude un processo di 54
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