Transizione 1986
pianificazione graduale iniziato dieci anni prima, a quelli di Ra venna del 73 e di Ferrara del 75; senza dimenticare le varianti di aggiornamento a Modena nel 75 e a Bologna nel 78. Sono questi i piani che contestano l ’ equazione “ quantità uguale a qualità ” , e si presentano esplicitamente come i piani della socialità urbana, ma anche della salvaguardia ambientale. I quartieri popolari ed economici vengono integrati alla città esistente e diventano anzi lo strumento principale per il nuovo sviluppo urbano qualitativo; i servizi sociali ed il verde sono pre visti capillarmente in dosi massicce, scegliendo le migliori aree inedificate all ’ interno della città; la difesa dei centri storici e dei luoghi di valore naturale diventa sistematica, ma si cerca anche di evitarne un uso privilegiato o selettivo; meno sentito il tema della salvaguardia delle industrie esistenti, per le quali si subisce ancora il principio razionalista di spostare le fabbriche all ’ esterno della città (con l ’ eccezione del piano di Pavia e della variante bolognese del 78 che ne prescrivono il mantenimento e l ’ ammodernamento e che, non a caso, sono i più recenti dei piani citati). II confronto fra piani razionalizzatori e riformisti della seconda generazione trova generalmente conferma con la verifica dell ’ attua zione. Prendiamo in esame due città di pari dimensioni e caratte ristiche socio-economiche come Firenze e Bologna: e vedremo ad esempio che, a fronte di una produzione abitativa più o meno uguale, negli ultimi venti anni il 50% delle residenze realizzate a Bologna trova posto nei quartieri di iniziativa comunale, quasi tutti strettamente integrati al preesistente tessuto urbano; mentre a Firenze i quartieri PEEP ospitano appena il 18% della produzione edilizia e sono in prevalenza isolati e separati dalla città. Così la dotazione di servizi sociali, ugualmente modesta nei due casi agli inizi degli anni ’ 60, risulta oggi a Firenze pari a poco più di sei metri quadrati a persona, mentre a Bologna è tre volte superiore. C ’ è infine da ricordare che le problematiche con le quali si sono confrontati i piani della seconda generazione sono prevalen temente di scala comunale, magari riproposte a tutta un ’ area inter comunale, ma perseguibili con le disponibilità finanziarie munici pali. Gli stessi protagonisti privati della costruzione della città restano fino alla metà degli anni 70 prevalentemente imprese edilizie ed immobiliari di dimensione piccola e media: cioè ancora una volta organismi di scala omogenea a quella della controparte pubblica. Non sarà sempre così e anche in questo campo dobbiamo constatare oggi una trasformazione generazionale. 55
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