Transizione 1986
Che la si voglia o meno richiamare, la continuità dei nuovi piani con i piani riformisti della seconda generazione appare in tutti gli strumenti urbanistici presentati nei quali si ritrovano ca ratteristiche comuni: l ’ ulteriore enfatizzazione della ricerca per la qualità urbana, la decisione con cui si indirizzano le trasformazioni nel quadro di una strategia comunale — anche se in larga misura affidata ad iniziative private — , il dimensionamento fisiologico delle nuove previsioni, l ’ interesse con cui vengono seguiti i cam biamenti occupazionali attraverso il nuovo assetto delle destinazio ni funzionali produttive. L ’ appartenenza dei nuovi piani selezionati per la Rassegna alla terza generazione, quella della trasformazione urbana, è ancora una volta dimostrata dalle nuove problematiche affrontate con notevo le omogeneità. Ma al di là dei temi, di cui si riconosce in tutti i casi l ’ attualità, esiste un elemento sempre ricorrente che unisce questi piani: un nuovo modello di intervento urbanistico sulla città e sul territorio. I piani della seconda generazione erano infat ti strumenti di «azione generalizzata» con eguale intensità su tutta l ’ area comunale: tendente, cioè, a stabilire un uguale livello di controllo sull ’ intero processo di sviluppo. Esistevano certo priori tà, esplicite od implicite, nella realizzazione degli obiettivi del pia no; ma queste appartenevano di volta in volta a tutte le categorie di interventi, infrastrutture e attrezzature urbane, insediamenti re sidenziali e produttivi, servizi. Nei piani della terza generazione non è più così: questi si presentano chiaramente come strumenti di una «azione differenzia ta», cioè indirizzata con intensità diseguale sui diversi contesti del territorio comunale. I nuovi piani indicano esplicitamente quali funzioni ed aree assumeranno un ruolo strategico nella trasforma zione del sistema urbano; mentre per il rimanente tessuto, insedia to e non, viene applicato un metodo di gestione urbanistica meno apertamente mirato, non essenziale anche se omogeneo al processo di trasformazione. Non è tanto una questione di priorità tempora li, quanto una indicazione di priorità qualitative: che potranno anche essere ritardate nel tempo, ma che quando arriveranno da ranno un apporto decisivo alla trasformazione prefigurata. È come se i piani degli anni ’ 60 e ’ 70 avessero una sola velocità ed i piani nuovi fossero piani a due velocità. Nei piani della terza generazione in Emilia-Romagna troviamo insomma una chiara distinzione fra «interventi intensivi», a forte carattere di trasformazione per l ’ area investita e per la città intera, ed «inter 61
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