Transizione 1986

suo significato è stato ampliato da diversi autori fino a compren dere le iniziative di carattere cooperativo e la formazione di asso ciazioni spontanee da parte dei cittadini (Verba e Nie, 1972, pp. 44-45); i movimenti di protesta e le manifestazioni (Lipsky, 1968; Marsh, 1977, pp. 39 ss.); le attività organizzative (Marti- nussen, 1977); e le iniziative civiche e le attività politiche (Olsen e Saetren, 1980; Olsen, 1983, pp. 13-38). Non vi è stato tuttavia il coagularsi di un consenso generale sull ’ estensione dell ’ ambito di applicazione del concetto di parteci pazione politica. Verba e Nie, per esempio, rifiutano esplicitamen te di includere le proteste politiche nelle loro definizioni operative, nonostante che questi comportamenti rientrino con tutta evidenza nella loro definizione di partecipazione politica: «La partecipazio ne politica si riferisce a quelle attività di privati cittadini che si propongono più o meno direttamente di influenzare la selezione del personale di governo e/o le loro azioni» (Verba e Nie, 1972, p.2). In secondo luogo, all ’ interno delle teorie democratiche moder ne vi è un disaccordo di carattere normativo circa la desiderabilità della partecipazione politica (comunque definita); e questo disac cordo è strettamente connesso ad una controversia di carattere empirico sulle funzioni della partecipazione politica. Al momento attuale si confrontano due teorie fondamentali circa la desiderabilità della partecipazione politica. Secondo la prima, che ha trovato ampia eco all ’ interno della moderna teoria democratica, non è desiderabile un alto grado di partecipazione politica in quanto essa costituirebbe, nel migliore dei casi, uno spreco di tempo e di energie e nel peggiore un pericolo per la democrazia. Pur non ritenendo che la partecipazione debba essere letteralmente ristretta, un certo numero di studiosi sostiene che un basso grado di partecipazione politica, o almeno la presenza di un elettorato eterogeneo con una diseguale distribuzione della parte cipazione (in cui pochi sono molto attivi, molti sono meno attivi e pochi completamente passivi) è desiderabile per una stabile de mocrazia. Mentre troppa attività politica può essere pericolosa, la passi vità o l ’ apatia politica è considerata un contributo alla stabilità e alla sopravvivenza della democrazia in quanto assolve ad alcune funzioni vitali (cfr. Lewin, 1970, pp. 82-102). L ’ apatia politica è considerata in primo luogo come un elemento di equilibrio fra opposte finalità — ad esempio stabilità versus flessibilità, autorità 78

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