Transizione 1988
vento militare del 4 novembre, che mise fine alla ribellione. Nel suo testamento spirituale, dettato a un segretario, il 4 no vembre, quando si rifugiò all'Ambasciata jugoslava, Imre Nagy a- vrebbe detto: «Oggi tocca all'Ungheria e domani sarà il turno di al tri paesi, perché l'imperialismo di Mosca non conosce frontiere» 11 . Nagy riconobbe più tardi di essersi spinto troppo lontano. Ma il 1° novembre aveva ancora al suo fianco, subito prima della sua scomparsa, anche Kàdàr, il quale avrebbe sostenuto la richiesta di ritiro delle truppe sovietiche e la neutralità ungherese, giungendo fino a dire all'ambasciatore sovietico, Jurij Andropov: «Sono pron to come ungherese a combattere, in caso di necessità. Se i vostri carri armati entrano a Budapest, scenderò in piazza e combatterò contro di voi anche senz'armi» 12 . La successione di questi fatti, — ossia lo smantellamento del regime a partito unico, l'uscita dal Patto di Varsavia, la neutralità ungherese — sono caratteristici dei fatti d'Ungheria del 1956. Non si ritrovano nell'ottobre polacco, in cui Gomulka riesce a garantire la compattezza del partito e dello Stato e offre ampi affidamenti di non volere disertare il Patto di Varsavia. Si ritrovano invece in parte nella «primavera di Praga» del 1968. E sono assai dissimili dai fermenti pluralistici e autonomistici che caratterizzano la situa zione polacca dopo il 1980. Si aggiunga che la crisi ungherese giunge all'apice in concomitanza con l'aggressione anglo-franco- israeliana contro Nasser, che mette in difficoltà anche gli Stati Uniti, il cui Presidente Eisenhower, garantisce il 31 ottobre ai sovietici che non ricorrerà alla forza nelle crisi interne in cui essi siano coinvolti. Quei fatti sconvolgenti portarono invece ad una crisi profonda i rapporti fra il mondo comunista e le altre forze democratiche. La difesa dell'intervento sovietico da quasi tutto il PCI, pr esempio, fu causa prima della rottura del patto di unità d'azione con il PSI e permane ancora oggi come una ferita non sanata non meno grave delle cause remote che favorirono la scissione di Livorno del 1921. Riferendosi ai rapporti fra PCI e PSI, uno studioso della storia delle democrazie popolari affermava recentemente a Firenze: «Credo che fino a quando il PCI non riconoscerà pubblicamente che i paesi dell'Est hanno almeno altrettanto diritto all'autodeter minazione e alla decolonizzazione quanto i paesi decolonizzati d'Africa e d'Asia, fino a quando non faccia il suo mea culpa per i suoi errori del 1956, ossia, dunque, fino a quando non scelga 130
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