Transizione 1988
nato una volta a iniziative tentate anche nei confronti del PCI, contro il quale del resto una pubblicazione in molte lingue che u- sciva, e che esce, a Praga era giunta a pubblicare un'apposita ru brica fissa. In quella situazione quel che prevalse — parliamo qui sempre degli anni Settanta — fu un atteggiamento cauto, bilanciato (per cui in Grecia ad esempio si avevano rapporti sia col partito pro sovietico sia con quello eurocomunista). Credo sarebbe del tutto ingiusto guardare a tutto questo come ad errori (anche se errori possono essercene stati). Le contraddizioni non sono neces sariamente errori. Sono contraddizioni. Sono momenti di un cam mino. Sta di fatto che quando, dopo il 1981, e sempre con Berlinguer, il PCI portò ad una formulazione definitiva il discorso sulla demo crazia («valore universale») e sull'esperienza sovietica, nonché sul compito che le forze democratiche ed operaie dell'Europa occi dentale dovevano assumersi, non si poteva più parlare di Euro comunismo. Mentre il PCF definiva «globalmente positiva» l'espe rienza sovietica e i comunisti spagnoli erano irrimediabilmente divisi con Cardilo che si era trasformato in un sostenitore dei re gimi dispotici di Ceausescu e Kim II Sung, il PCI era ormai il solo, tra i partiti comunisti, a muoversi lungo una linea di continuità e di sviluppo colle posizioni del 1968. L'unico anche — va però aggiunto — a capire quel che stava maturando e poteva maturare nell'unione Sovietica ove Gorbacèv incominciava a parlare della perestrojka come di una «rivoluzione democratica». Oggi riflettendo su quel periodo — lo ha fatto recentemente Occhetto — si può anche pensare che non sia esistito negli anni Settanta un «luogo geometrico intermedio fra la rivoluzione e il ri formismo» e può persino apparire curioso che ci si soffermi a chie dersi se si sia fatto a sufficenza per costruire sulle idee maturate allora una concreta e coerente iniziativa politica internazionale. Ma non si tratta solo di riflettere sul passato. Proprio perché non credo alle teorie sulle «mutazioni genetiche» e sulla possibilità di «strappi» rispetto alla propria tradizione (come se la continuità di un processo e di una tradizione non dovessero manifestarsi anche attraverso gli «strappi») penso sia bene riflettere sul fatto che anche a questo appuntamento di oggi — socialisti e comunisti italiani e protagonisti della «primavera di Praga» che discutono insieme non 180
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