Transizione 1988
solo di una vicenda di venti anni or sono ma di quel che è possibile fare per contribuire a dare una risposta valida ai problemi dell'Eu ropa — noi siamo giunti attraverso un cammino del tutto parti colare che è diventato parte della nostra identità e della nostra tra dizione. (Identità e tradizione, che non possono essere iden tificate con una sorte di immutabili leggi generali.) Un cammino fatto di posizioni, di idee, di tesi sui problemi di oggi, sul destino dell'uomo che rappresentano un contributo specifico, un'espres sione della nostra identità. È possibile in quest'ottica, rigettando il discorso mistificatorio sulla omologazione (che è un discorso falso perché presuppone un omologante fermo, cristallizato nelle sue certezze e un omolo gato in evoluzione) che in Italia si vada verso la conclusione di quella lunga fase di separazione e di rottura fra comunisti e socia listi che non ha davvero più ragioni vere di esistere? Penso di sì. C'è chi dice che, se si sono accesi in Italia scontri tanto duri sul pas sato (su Togliatti, lo stalinismo ecc.) è perché sul terreno politico (non parlo dell'atteggiamento verso questa o quella formula go vernativa) non vi sarebbe più spazio per divergenze sostanziali fra comunisti e socialisti. Così si cerca lo scontro sul passato, sui temi che già hanno diviso. In realtà, però, se si guarda al di là del polve rone, delle invettive, del tentativo di questo o quel socialista di utilizzare un momento di difficoltà dei comunisti, il dato vero è rappresentato dal fatto che comunisti e socialisti in Europa e in Italia, parlando del passato (l'Ungheria, la Cecoslovacchia, la Po lonia, Stalin, Breznev) così come del presente (Gorbacèv), sono chiamati a dare, possono dare e in realtà danno, valutazioni non diverse sulla politica e sulla realtà dell'URSS. Non è poco, se si pensa al ruolo che nel determinare la frattura ha avuto sempre la questione dell'atteggiamento verso l'Unione Sovietica. Se poi si entra concretamente nella materia si può scoprire facilmente che anche qui, di fronte alla sfida di Gorbacèv, non si tratta davvero per nessuno di dire «Io l'ho già detto e gli altri non devono fare altro che dire ora quello che io ho detto trenta o quaranta o set tanta anni or sono». E questo non solo perché la storia raramente dà ragione ai profeti, oppure perché Gorbaèèv pone a tutti il pro blema di riflessioni nuove, ma perché siamo di fronte in tutta evi denza a un ritardo nell'elaborazione e nella realizzazione di una politica di risposta adeguata a quella sfida. Il grande tema di oggi è dunque quello della elaborazione di 181
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