Transizione 1988
e vigore. L'inizio della «primavera di Praga», i drammatici avvenimenti dell'estate 1968, fino all'invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe di cinque paesi del Patto di Varsavia, trovano dunque il PCI su posizioni ancora sostanzialmente togliattiane. L'interesse e anche la simpatia per l'esperimento di Dubcek sono evidenti; e sinceri sono i timori per una azione di forza sovietica, e quindi i tentativi di far comprendere a Mosca l'assurdità, e la pericolosità, di questo gesto. Importante, infine, è che, per bocca di Giancarlo Pajetta, in quel momento responsabile della sezione esteri del Par tito, il PCI arrivi a dire, alla fine di luglio, quando la tensione tra Mosca e Praga ha raggiunto ormai un punto critico, che, nel caso di una aggressione, i comunisti italiani (e cito qui da una mia inter vista di allora) «non si sarebbero tirati indietro di fronte alla re sponsabilità di condannare pubblicamente una simile iniziativa; convinti di rimanere, in tal modo, fedeli agli ideali unitari dell'in ternazionalismo operaio, che invece sarebbe stata l'URSS ad ab bandonare». Quando però, all'alba del 21 agosto ci si trova di fronte al fatto compiuto le reazioni delle Botteghe Oscure sono modeste. Il pri mo comunicato ufficiale parla di «grave dissenso», rimanendo in tal modo indietro non solo alla CGIL ma anche ai comunisti fran cesi (che parlano di «riprovazione»). E la situazione non migliora nelle settimane successive, anche quando appare chiaro che il co municato firmato a Mosca dai dirigenti della primavera cecoslo vacca non era altro che una capitolazione estratta con la forza. Anzi col passare del tempo, mentre prevale lo slogan dell'«unità nella diversità» (che aveva costituito il fulcro teorico del Memo riale diJalta), si stabilizza una pratica di costante ambivalenza, per non dire doppiezza, per cui Dubcek viene chiamato compagno da Longo e Berlinguer nei loro discorsi al XII Congresso di Bo logna nel febbraio 1969, ma altri esponenti di primo piano vanno a portare il saluto, sia pure vagamente critico, dei comunisti ita liani alle riunioni di partito di quegli stessi paesi che a Praga ave vano inviato i loro carri armati. Questo comportamento, che dura a lungo, appare grave da due diversi punti di vista. Innanzitutto da quello dei princìpi. Lo sviluppo del processo revisionistico cecoslovacco non aveva pre sentato, infatti, nessuno di quegli aspetti drammatici che, dodici anni prima, in Ungheria, poteva aver fornito, se non una giusti 186
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