Transizione 1988

Reazione, almeno una spiegazione dell'intervento armato sovie tico, e alla posizione di solidarietà con l'URSS dei partiti comunisti occidentali. Attestarsi, in simili circostanze, sulla formula gesuitica dell'unità nella diversità significava quindi, per il PCI, impastoiarsi in una serie di contraddizioni senza fine. Nel tentativo di uscire dal dilemma da loro stessi creato, e per indicare in che cosa questa «unità» potesse consistere, i dirigenti comunisti oscillano quindi costantemente, e futilmente, in quegli anni, tra una insistenza sulle loro tradizioni e sulle loro «origini» (che essendo dati storici non hanno tuttavia nessuna rilevanza per il presente: l'uomo, a quanto si dice, discende dalla scimmia, ma è tenuto, nel suo com portamento, a regolarsi diversamente da questi suoi ipotetici ante nati) ed un richiamo alle «radici», che sono una cosa ben diversa, cioè un dato attuale da cui un organismo trae linfa e forza vitale. Non meno criticabile, e carica di conseguenze, si rivela però la scelta del PCI sul piano strettamente politico. Quello a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta è un mo mento particolare nello sviluppo interno italiano. Fallito defini tivamente il centro-sinistra, e poco dopo anche la riunificazione socialista, il PSI vive infatti una fase di estrema difficoltà. Guidato da uomini di grande rispettabilità (si pensi a Lombardi, De Mar tino, Nenni) e non ancora troppo intimamente invischiato nelle strutture clientelari, appare però come un partito allo sbando: che, nella ricerca di una collocazione, e perfino di un'anima, batte spesso confusamente strade diverse; ma anche, almeno nei suoi uomini più responsabili, si propone come obiettivo prioritario l'al largamento dell'area governativa, attraverso un dialogo con il PCI (gli «equilibri più avanzati» di De Martino). Il risultato è che, mai come in quel momento, sembrano esistere le condizioni per una ricostruzione dell'unità della Sinistra, e, per questa via, per un pro fondo mutamento dell'intero quadro politico del paese. Il presupposto di un progetto di questo tipo non potrebbe tut tavia essere altro che netta chiarificazione della posizione del PCI sul piano ideologico-internazionale, una sua piena e definitiva «occidentalizzazione». Evoluzione richiesta, anzi imposta, d'altra parte, anche dalla tragedia cecoslovacca e dalla proclamazione della «dottrina Breznev» sulla sovranità limitata, e di tutto ciò che essa rivela: vale a dire il contenuto totalmente illusorio dell'ipotesi di una «distensione» capace di trasformarsi in «disgelo», cioè il pro gressivo ricupero di libertà e di autonomia politica da parte dei 187

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