Transizione 1989

sia «morale»: come un «conoisseur» sa distinguere l ’ originale dal l ’ imitazione senza saper esplicitare il ragionamento fatto in ma niera coerente e precisa, così la persona morale sa distinguere ciò che è giusto fare in una data situazione anche se non ha una coerente teoria in materia. I conflitti sono l ’ anima e la fonte della vita morale, e non il suo scacco fatale 10 . Altri, invece, ritengono che la condizione (B) sia troppo «debole» e affermano che non è sufficiente la coerenza interna per la «moralità» di un codice, in quanto tale condizione non esclude la possibilità che ci siano «co dici morali» fondati su principi inaccettabili o su superstizioni: ad esempio non esclude che si possa sensatamente parlare di «mo rale nazista». Ma poiché questi critici ritengono che l ’ espressione «morale nazista» sia una contraddizione in termini, affermano che «morale» presuppone una nozione di «razionalità» più forte di quella indicata nella condizione (B). A nostro giudizio la coerenza interna è senza dubbio una con dizione necessaria per distinguere il codice morale dai costumi 11 . D ’ altro canto, considerata la diffusa ripugnanza per i valori nazisti, riconosciamo che l ’ idea di poter parlare sensatamente di «morale nazista» può suscitare qualche perplessità. Tuttavia, in una società pluralista si deve prendere atto del fatto che esistono codici morali diversi, e che l ’ insostenibilità di una data posizione normativa è la tesi da dimostrare e non il presupposto da cui partire. Altrimenti si commette l ’ errore di credere che sia possibile risolvere i pro blemi normativi per via definitoria. Pertanto la definizione pro posta è adeguata proprio perché è «neutrale» rispetto ai vari con tenuti che il codice morale può assumere. Il critico può replicare che il difetto della definizione in esame sta non tanto nel consentire di parlare di «morale nazista», quanto nel non riuscire a cogliere un aspetto importante del significato di «morale»: quando diamo un giudizio «morale» presupponiamo non solo che esso soddisfi le due condizioni indicate, ma anche che esso sia «migliore», o «più adeguato», o «più corretto» di altri giudizi che sono analoghi in quanto anch ’ essi pretendono di essere «morali», ma che in realtà non lo sono. Infatti, ciascuno di noi presuppone che il proprio codice morale sia il codice mo rale, cioè il codice che è «superiore» a quello degli altri in quanto meglio giustificato, e non solo un codice tra altri e ad essi equiva lente 12. Dobbiamo quindi riconoscere che, incorporato nel signi ficato di «morale», c ’ è una pretesa di «superiorità» del proprio

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