Transizione 1989
della scelta non è sempre e solo possibilità di progetti più ricchi, è anche pianificazione delle nascite rigidamente necessitata, in con seguenza dei molti vincoli e difficoltà legati alla cura e alla crescita dei figli. La nostra società infatti continua a segnalarsi per una non con divisione paritaria fra uomini e donne negli impegni di genito- rialità e, di fatto, non ha ancora assunto nelle sue diverse artico lazioni, il mutamento della condizione femminile come indicatore per l ’ innovazione delle politiche sociali complessivamente intese (quelle del lavoro, della casa, dei servizi) in grado di esprimere più concretamente tutela e promozione della condizione dell ’ in fanzia a partire da garanzie di supporti più organici e puntuali agli impegni di cura verso i figli. Se questo è in qualche modo il panorama che fa da sfondo alle scelte e alle strategie di procreazione, resta comunque il fatto che le decisioni, una volta prese, pretendono fermissimamente di essere realizzate. A qualunque costo, affrontando e sfidando handicap riproduttivi che fino a poco tempo fa non solo non erano superabili ma non erano nemmeno esplorati nella loro specificità di genere e di patologia. Questo desiderio e questa volontà di procreazione, tanto più forte in quanto biologicamente ostacolata, hanno dato e danno vita a un processo circolare di domanda di riproduzione e offerta tecnologica che si influenzano reciprocamente costituendo il qua dro della complessità del rapporto fra sterilità, volontà procreativa, offerta bio-tecnologica, strategie di soluzioni individuali, cultura della filiazione. Rapporto che viene continuamente ridefinito, ri messo in gioco, problematizzato. In tale circolarità coevolutiva, cultura della scelta da una parte e medicina del desiderio dall ’ altra, sono certamente i due poli di riferimento attraverso cui assumere in positivo la problematica della fecondazione artificiale in nome di un «diritto alla procrea zione», (diritto fra virgolette si intende), che non ci è consentito di per sé delegittimare ma che va sostenuto, se pure nella consa pevolezza dei limiti che vanno posti, limiti oltre i quali una società non può rischiare di perdere il senso della sua identità, travol gere la sua umanità, i suoi valori più profondi e radicati. Ma certo non è facile definire dove si colloca e tanto meno «chi» colloca il livello di soglia da non superare; non è un caso che 304
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