Problemi della transizione 1981

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PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE TRIMESTRALE DI CULTURA E POLITICA 6/1981

Giuseppe Campos Venuti, Giuseppe Grandori, Franco Barberi,

Gian Pietro ' 1 * CStH j

Vittorio Parisi,

d : Kiccrcnc

Mario Isnenghi,

Maria Carla Galavotti,

Giorgio Ghezzi,

Giulio Sapelli,

Francesco Galgano, Leonardo Ghermandi,

EQU|

Eugenio Somaini,

Carlo Maria Santoro,

Note e

Daniele Menozzi,

Giorgio Pedrocco,

■ --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- ------------ ------------------------------- Pratiche Editrice

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE - n. 1/1979 F. Galgano, Democrazia in Occidente; S. Veca, Ragione, potere, sviluppo; E. Somaini, Si può programmare con il sin dacato?; W. Tega, Senso comune ed egemonia; G. Guglielmi, Il sogno di una cosa; G. Gavioli, Aspetti della discussione sull ’ Emilia; G. Campos Venuti, Centri storici e nuova cultura della città; R. Fieschi, Razionalità e governo della ricerca: lo scenario energetico; G. Giorello-M. Mondadori, Oltre il metodo. Mutamento e conoscenza scientifica; R. Finzi, Tra dizione comunista e sindacalismo rivoluzionario; G. Toraldo Di Francia-M. Piatelli Palmarini, I livelli della realtà; F. Masini, La fortuna di Nietzsche in Italia; O. Calabrese, Cultura e ideologia nella ricerca italiana sui mass-media. Le riviste. PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE - n. 2/1979 M. Castells, Stato, politica urbana e centro della città: un ’ analisi; M. Santambrogio, Metodo scientifico e progetti di tra sformazione; G. Casnati, Chimica e cultura; L. Graziano, Eurocomunismo, transizione e pluralismo; G. Amato, Aspetti vecchi e nuovi del politico e del sociale in Italia; G. Baget Bozzo, Democrazia e questione nazionale; V. Capecchi, Disoc cupazione giovanile e rapporto scuola-lavoro: mutamenti strutturali e nuovi valori; F. Galgano, Dimenticare Weimar; G. Campos Venuti, La casa: si sa solo che non si sa; F. Galgano, Il più e il meno industrialmente avanzato; P.L. Cervel- lati, Strumenti e tormenti dell ’ urbanistica italiana, S. D ’ Albergo, Programmazione, potere politico e sindacato; C. Filip- pucci, Alcune osservazioni sull ’ analisi socio-economica a livello territoriale; P. Formica, Politica economica e istituzioni decentrate; P. Bagni, Un intervento su marxismo e letteratura; P. Viola, Semiologia e insegnamento della letteratura nel la Le^on di R. Barthes; G. Ghezzi, Dinamica costituzionale e transizione al socialismo nell ’ opera di L. Basso. PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE - n. 3/1980 G. Fabiani, Per quale agricoltura: un nodo della trasformazione; A. Barbera, Trasformazione o ridistribuzione del pote re; G.B. Zorzoli, Politica della scienza e scenari energetici; G. Luti, Ungaretti e l ’ avanguardia fiorentina; F. Curi, Gozza no ou les prospérités du vice; C.M. Santoro, Modello economico e New Deal; F. Galgano, L ’ ingloriosa transizione agli anni ’ 80; S. Veca, Immagini di rivoluzioni; G. Campos Venuti, Fra morte atomica e morte per fame; G.P. Testa, Il filo logico da Piazza Fontana a oggi; R. Buonamici, Crisi energetica e qualità dello sviluppo; E. Salzano, Insediamento stori co e classe operaia; D. Ellwood, La sfida americana; F. Cripps-P. Formica-E. Wolleb, Politiche economiche regionali e integrazione europea; G.P. Santomassimo, Problema di storiografia sul PCI nel secondo dopoguerra; L. Marescotti, Let teratura sull ’ urbanistica; M. Viroli, Il marxismo come sistema e la teoria della rivoluzione nell ’ ultimo Engels.

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE - n. 4/1980 L ’ EMILIA-ROMAGNA FRA CRISI E TRASFORMAZIONE

Contributi di: P. Ingrao, R. Zangheri, W.Tega , V. Capecchi, L. Governatori, R. Finzi, O. Ciavatti, F. Galgano, C. Fi- lippucci, A. Barbera, M. Bonacini, A. Bacchiocchi, G. Pasquini, L. Turci, G. Patacini, F. Piro, G. Gavioli, A. Grandi.

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE - n. 5/1980 T. Maldonado, Politica e scienza delle decisioni: nuovi sviluppi della ricerca sistemica; R. Bodei, La democrazia tra due modelli; U. Cerroni, Ragione, democrazia e scienza; F. Masini, L ’ umorismo pirandelliano e la scrittura teatrale come entelechia drammatica; D. Palenzona, Sociobiologia e linguaggio scientifico; S. Brusco, Il «modello Emilia»: disintegrazione produttiva e integrazione sociale; B. Secchi, La costruzione della politica edilizia in Italia: una inter pretazione; R. Simili, A proposito di spiegazione e comprensione: due tradizioni nella recente metodologia scientifi ca; G. Tassani, «Ricomposizione» nell ’ area cattolica? Tra il vecchio e il nuovo; M. Fontana, Uno sguardo dal pon te: tecnologia e cultura negli USA; A. Jaguin, Lo scambio simbolico e Marx; G.M. Anseimi, Machiavelli, ovvero la metafora della politica.

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

Francesco Galgano - Direttore

Comitato di redazione: Salvatore Biasco, Remo Bodei, Moris Bonacini, Giu seppe Campos Venuti, Pier Paolo D ’ Attorre (segretario di redazione), Rober to Fieschi, Roberto Finzi, Giuseppe Gavioli, Mario Lavagetto, Ferruccio Ma sini, Tomàs Maldonado, Lucio Montanaro, Lino Rossi, Carlo Maria Santo ro, Ennio Scolari (redattore-capo), Eugenio Somaini, Walter Tega, Salvatore Veca, Maurizio Viroli (segretàrio di redazione). Consiglio di redazione: Fulvia Bandoli, Marzio Barbagli, Franco Bricola, Dino Buzzetti, Omar Calabrese, Andrea Cammelli, Carlo Castellano, Franco Celli, Andrea Cenerini, Pier Luigi Cervellati, Enrica Collotti Pischel, Renzo Cremante, Fausto Curi, Marco Fontana, Pie ro Formica, Ferruccio Giacanelli, Guido Guglielmi, Giorgio Ghezzi, Loris Lugli, Umberto Romagnoli, Alessandro Roveri, Renato Zangheri.

Redazione: Via S. Vitale, 13 - Bologna - Telefono: (051) 227971 Amministrazione: Pratiche Editrice s.a.s. - Via Ponchielli, 4 - Parma - Tel. (0521) 25648 Gli abbonamenti, i sommari, la pubblicità vanno inviati a «Pratiche Editrice» Un fascicolo L. 4.000 - Estero L. 6.000 - Numeri arretrati L. 8.000 - Abbonamento annuo L. 10.000 Estero L. 20.000 - Abbon. sostenitore L. 50.000 Versamento su CCP. n. 10283430 intestato a «Pratiche Editrice» s.a.s.

Direttore Responsabile: Gian Pietro Testa Reg. Trib. Parma n. 599 Progetto Grafico: Antonio Barrese Tipografia: Grafiche STEP Cooperativa - Moletolo (Parma) - Marzo 1981 Distribuzione PDE in tutta Italia

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

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INDICE

NOTE E RASSEGNE

DISCUSSIONI

SAGGI

Maria Carla Galavotti «Rivoluzione statistica» e scienze umane pag. 94 Giorgio Ghezzi La democrazia sindacale di fronte alla svolta delle relazioni industriali pag. 104 Giulio Sapelli Grande impresa, comportamenti sociali e sindacato: il caso FIAT pag. 114 Francesco Galgano Parliamo di democrazia, ma al plurale pag. 126 Leonardo Ghermandi Realtà e problemi dell ’ impresa artigiana pag. 137 Eugenio Somaini Le guerre socialiste. Spunti per

Daniele Menozzi / poveri e la storiografia pag. 174 Giorgio Pedrocco L ’ archeologia industriale fra storia e conservazione pag- 179

Giuseppe Campos Venuti Dopo il terremoto. Dna cultura per il territorio pag. 2 Giuseppe Grandori, Franco Barberi Difendersi dai terremoti: la lezione dell ’ Irpinia pag. 20 Claus Offe La politica in una società complessa. Otto risposte a Giacomo Marramao pag. 47 Gian Pietro Testa La tela del ragno del terrorismo pag. 59 Vittorio Parisi Quale biologia sociale? pag. 70

un ’ analisi pag. 144 Carlo Maria Santoro L ’ Iran e le superpotenze pag. 163

RICERCHE Mario Isnenghi

Microstorie e microculture di destra: un progetto di ricerca pag. 86

PRATICHE EDITRICE

LE FORME DEL DISCORSO

LA TRAMA DEL DELITTO Teoria e analisi del racconto poliziesco a cura di Renzo Cremante e Loris Rambelli saggi di:

Gerard Genette INTRODUZIONE ALL ’ ARCHITESTO Un originalissimo studio sulle relazioni fra testi e generi, i cui confini vengono fissati da una nuova dimensione della narratologia: l ’ architestualità pp. 90 L. 3.500

Chesterton, Savinio, Auden, Bloch, Todorov, Brecht, Gadda, Borges, Caillois, Santucci, Eisenstein, Sklo'vskij, Zmegac, Hobsbawm e altri pp. 300 L s 10.000

J. Laplanche - S. Leclaire L ’ INCONSCIO Un saggio psicanalitico Interventi di: Lacan, Merleau-Ponty, Green, Minkowski, Lefèbvre In una relazione di importanza storica i due autori delineano una illuminante e inedita prospettiva dei rapporti che intercorrono tra l ’ inconscio e il linguaggio pp. 150 L. 4.500

Seymour Chatman STORIA E DISCORSO La struttura narrativa nel romanzo e nel film E la prima organica ricapitolazione di tutti gli studi che da Aristotele ad oggi, attraverso lo strutturalismo francese e la critica anglo-americana, hanno contribuito a definire l ’ attuale teoria della narrativa pp. 330 L. 10.000

IN PREPARAZIONE Sulla poesia, interventi di Bertolucci, Sereni, Zanzotto, Porta, Conte, Cucchi H. Blumenberg, La caduta del protofilosofo L. Hjelmslev, Saggi di linguistica generale, introduzione di Tullio De Mauro

Redazione: via Ponchielli, 4 - 43100 PARMA - Tel. (0521) 25.648

Distribuzione PDE in tutta Italia

SAGGI

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

Dopo il terremoto. Una cultura per il territorio

di Giuseppe Campos Venuti

1. La questione culturale

È generale constatazione che stampa, radio e televisione abbiano reso nelle prime settimane dopo il terremoto del 23 novembre 1980 un buon servizio al Paese, documentando onestamente la gravità spaventosa dei danni e il totale falli mento della macchina statale nell ’ affrontare gli effetti del si sma. Il quadro martellante che scaturiva dalle fonti di infor mazione ha descritto assai meglio di cento discorsi la dram maticità con cui si presentano al Paese dopo il terremoto i problemi economici e istituzionali e la stessa questione mora le: e l ’ opinione pubblica ha compreso molte cose, ha reagito con sensibilità alle tristi realtà che gli organi di informazione presentavano con una sincerità non sempre conosciuta in pas sato. C ’ è un campo però in cui quotidiani e telegiornali non so no riusciti a sfruttare appieno l ’ efficacia dei mezzi di comuni cazione di massa, un campo che propone la necessità di af frontare dopo il terremoto anche la «questione culturale». Perché neppure il trauma del 23 novembre 1980 ha fatto au tomaticamente breccia in antiche carenze conoscitive degli ita liani, che permangono senza distinzione di classe sociale, di responsabilità istituzionale, di livello culturale. Non vorrei sembrare ineducato o peggio presuntuoso, per ché la consapevolezza dei pochi non implica certo un giudizio di valore: ma sono quasi sicuro che la maggioranza dei lettori di questa stessa rivista non si rende conto esattamente di cosa è un terremoto, delle sue cause, dei suoi effetti, di come va af frontato per minimizzarne i danni, in una parola di cosa biso gna decidersi a fare in Italia per «vivere con il terremoto». Credo anzi si possa dire che la stragrande maggioranza de gli italiani sia convinta dell ’ impossibilità di far qualcosa con tro il terremoto, se non organizzare un efficiente apparato di protezione civile per affrontare la catastrofe «dopo» il sisma e non «prima»: e in questo senso giudica scandaloso il ritardo e l ’ incapacità dell ’ intervento pubblico per gli aiuti mancati alle popolazioni colpite, ma non l ’ assenza totale dello Stato nel campo della prevenzione degli effetti disastrosi del terremoto. Perfino fra i migliori contributi alla battaglia contro la di struzione dei beni culturali offesi dal sisma, serpeggia quasi un

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senso di inconsapevolezza della necessaria azione preventiva. Il bel libro che racconta l ’ impari lotta condotta per salvare quanto resta dei beni culturali nel Friuli colpito dal terremoto del 1976 costituisce un drammatico avvertimento per quanto potrebbe oggi avvenire nel Mezzogiorno. Eppure nella stesura di quel testo coraggioso sfuggono alla penna definizioni vena te di inconsapevole rinuncia ad impedire futuri disastri: «Una condizione corporea, maledetta, inoppugnabile per chi ha la sorte di viverci in mezzo. Il terremoto, visto nella sua quoti dianità, riconquista perfino la sua normalità di apparizione. Esso è uno fra i protagonisti dell ’ emorragia di beni e di so stanze culturali in Italia» 1 . Per «difendersi dai terremoti» è dunque necessario in pri mo luogo conoscerli, avere familiarità con le cause e non sol tanto con gli effetti ormai ridotti a «normalità»: più ancora, dalla conoscenza di duemila anni di normalità sismica, dob biamo saper ricavare le indicazioni per ridurre fino ad elimi nare la maggior parte dei danni. Dobbiamo rimuovere dalla nostra cultura l ’ inconsapevole convinzione che le catastrofi non possono essere impedite, ma al massimo rimarginate nel miglior modo possibile. La frase «conoscere per governare» ricorre con frequenza nella nostra letteratura politica, forse proprio perché trova in genere scarsa applicazione pratica. La nostra è infatti una cul tura politica intessuta di «convinzioni», ma povera di «cono scenze». La convinzione che sia possibile, tanto per fare un esempio dolorosamente familiare a milioni di italiani, definire un «equo» canone per tutti gli inquilini, senza che sia mai sta to accertato in forma complessiva e articolata il canone «ini quo» che si vuole correggere. E mentre dalla prima convinzio ne deriva la seconda, che sia cioè necessario arrivare anche al lo sblocco graduale degli sfratti, a questa non segue allora il calcolo previsionale — cioè la conoscenza — degli sfratti pro vocati dalla legge e delle relative abitazioni pubbliche da rea lizzare per ospitare gli sfrattati meno abbienti. Così come — per fare un altro esempio — alla convinzio ne che per democratizzare l ’ università fosse utile sbloccarne gli accessi aprendo gli atenei anche ai giovani diplomati, trascu rammo di aggiungere la conoscenza previsionale, sia pure ap prossimata, di quanto sarebbero cresciute le nuove leve uni versitarie: con il risultato di non predisporre le attrezzature per i nuovi studenti, pur sapendo che quelle esistenti allora non bastavano neppure per i vecchi iscritti. Il confronto sulle scelte di governo, a tutti i livelli, avviene dunque spesso misurando le diverse convinzioni fuori dal rela 1 AA.VV., Le pietre dello scandalo, Einaudi 1980.

2. Cultura delle convin zioni e cultura delle co noscenze

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tivo parametro di conoscenze, rafforzando così una cultura politica di massa esasperatamente ideologizzata: quella stessa cultura che ha per anni favorito alte percentuali elettorali, ma che di fronte alle inevitabili delusioni ideologiche rifluisce più facilmente nell ’ astensione. Una cultura politica di massa che stimola l ’ interesse alle ingegnerie istituzionali e alle combina zioni di schieramento, piuttosto che ai programmi da realizza re e ai relativi contenuti: una cultura, come dicevo, fatta assai più di convinzioni che di conoscenze. Una cultura che, proprio perché fatta più di convinzioni che di conoscenze, ci permette di vedere subito l ’ incapacità dell ’ attuale governo ad affrontare l ’ emergenza e la ricostruzio ne dopo il terremoto, ma non ci spinge con pari determinazio ne a ricercare tutto quanto doveva farsi per impedire la cata strofe e cosa dovremo fare per impedire quelle future. E le condizioni perché ciò sia possibile non sono soltanto economi che, istituzionali, politiche ed anche morali: questa è una con vinzione diffusa fra la gente. Non altrettanto siamo convinti invece che bisogna creare nuove condizioni «culturali», supe rando il cronico squilibrio esistente in Italia a favore delle co noscenze umanistico-letterarie e a svantaggio di quelle tecni co-scientifiche. Nella più importante fra le recenti opere italiane sulla cul tura tecnico-scientifica 2 , affrontando la «congenita debolezza e la fragilità stessa della cultura italiana», si parte dal presup posto che queste «discendono essenzialmente dallo scarso pe so che vi ha esercitato la dimensione della razionalità scientifi ca». Quando però, venendo al concreto, si affronta il rappor to fra cultura umanistica e cultura scientifica, le problematiche delle «due culture» sollevate da Snow vengono perentoria mente liquidate come «discorsi semplicistici e superficiali». Quasi che la questione non fosse in Italia confermata per fino quantitativamente dal numero degli iscritti alle rispettive facoltà universitarie: e più ancora, dal fatto che nell ’ ultimo mezzo secolo il rapporto percentuale fra iscritti a facoltà umanistico-letterarie e tecnico-scientifiche è ulteriormente peggiorato a danno di queste ultime. E non mi si vengano ad enumerare le cause non «culturali» che, specialmente negli ul timi anni, hanno aggravato questi effetti perniciosi, perché aver trascurato non solo gli effetti, ma anche le cause, rende ancor più critico il giudizio sull ’ intera questione. Del resto non soltanto sono pochi gli studenti di geologia o di idraulica, rispetto a quelli di lettere o giurisprudenza, ma — come è risaputo — è semplicemente assurdo il rapporto fra 1 laureati delle rispettive facoltà che lavorano nella Pubblica

3. Scienze dell ’ uomo scienze della natura

2 G ianni M icheli , (a cura di) Storia d ’ Italia - Annali 3 /Scienza e tecnica nella cultura e nella Società dal Rina scimento ad oggi, Einaudi 1980.

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Amministrazione a tutti i livelli. Ad ogni ricorrente alluvione, frana o terremoto, gli organi d ’ informazione riprendono que sto commento, ormai in forma quasi rituale, ma nessuno muove una foglia per modificare la situazione. Ricordo di aver fatto ad un convegno dell ’ istituto Gramsci sulla riforma universitaria una proposta sull ’ argomento, mo desta, ma concretamente applicabile nel giro di poche settima ne. Partivo dal presupposto che la Pubblica Amministrazione sia sovrabbondante di laureati e diplomati nelle discipline umanistico-letterarie e manchi invece di esperti delle discipline tecnico-scientifiche; il secondo presupposto era rappresentato dal fatto che non sembra opportuno aumentare oltre i limiti attuali gli organici complessivi della Pubblica Amministrazio ne; mentre il terzo presupposto era costituito dall ’ esigenza ri conosciuta di una qualche programmazione che orienti i gio vani nella scelta delle discipline medio-superiori e universita rie. La proposta suggeriva di prevedere il turn-over decennale della Pubblica Amministrazione distinguendo gli esperti delle discipline dell ’ uomo e di quelle della natura e programmando di coprire una parte dei posti liberati dal turn-over nel primo settore con diplomati e laureati del secondo. Una simile previ sione decennale consentirebbe anche di prospettare ai giovani precise carriere pubbliche nel campo tecnico-scientifico: sto parlando di diecine di migliaia di posti, da destinare proprio a quei giovani che sempre più spesso scelgono il lavoro intellet tuale e che leggi benintenzionate quanto confusionarie non so no state capaci di inserire stabilmente al servizio della colletti vità. Purtroppo anche la riforma universitaria è stata affrontata invece in termini essenzialmente istituzionali, quasi che la sta bilizzazione dei docenti potesse prescindere dai contenuti di dattici e dalla programmazione dell ’ intero sistema. Così gli studenti continuano ad affluire in massa alle facoltà umanistico-letterarie, mentre lo Stato si trova ancora ad af frontare alluvioni, frane e terremoti con laureati in diritto ro mano o in letteratura greca. Non c ’ è da meravigliarsi, a questo punto, se gli studiosi delle discipline tecnico-scientifiche non sono considerati intel lettuali a pieno titolo dall ’ opinione pubblica e dalla stessa co munità culturale. In fondo su questa valutazione erano d ’ ac cordo perfino Togliatti e Vittorini che, come è noto, sugli in tellettuali di accordi non ne trovarono altri: quand ’ essi parla vano di uomini di cultura avevano in mente scrittori e lettera ti, storici ed artisti, dimenticando chimici e geologi, ecologi ed ingegneri. E allora non c ’ è neppure da meravigliarsi se fra i migliori uomini della cultura umanistica italiana il terremoto ha stimo lato soltanto un ’ approfondita discussione sui nessi fra il sisma e «Lord Jim» di Conrad. Non sta a me suggerire a intellettuali come Moravia, Calvino e Soldati (poi confesso che ho perso il conto degli interventi) che cosa dovevano scrivere sul terremo to: ma sono convinto che, come me, migliaia di lettori a leg gere le divagazioni sul naufragio del Patna sono rimasti quan to meno interdetti. E anzi qualcuno — almeno a me è successo — è stato spinto a domandarsi perché soltanto agli uomini di cultura

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umanistica la grande stampa assegni il ruolo istituzionale di «maestri di pensiero». Perché ogni tanto non rivolgersi anche al vulcanologo Bàrberi o al fisico Zorzòli? Ma per chiedere la loro opinione sul terrorismo e sulle rivoluzioni neo-islamiche e non soltanto sui problemi sismici ed energetici che sono per essi il pane quotidiano. Spero sia chiaro che non sto proponendo una crociata cor porativa: però sono convinto che ogni squilibrio da ripianare esige una spinta uguale e contraria. E se le discipline della na tura sono in Italia trascurate a favore delle discipline dell ’ uo mo è questo, piaccia o no, lo squilibrio da superare, allargan do le basi di massa della cultura tecnico-scientifica; cioè pro ponendo diffusamente ai cittadini questo settore di conoscen ze trascurate attraverso l ’ istruzione di base e superiore e attra verso i grandi mezzi di comunicazione, ma anche affrontando con serietà il riequilibrio fra le due culture all ’ interno dei gruppi dirigenti politici e intellettuali. Una cultura più portata alle convinzioni che alle conoscen ze, più aperta alle scienze dell ’ uomo che a quelle della natura, è questa probabilmente la causa fondamentale dello scarso en tusiasmo, spesso anche del livore critico, con cui è stata accol ta la proposta lanciata quattro anni fa dai comunisti di «una politica di austerità per trasformare l ’ Italia». La cultura preva lente ha visto l ’ austerità secondo la propria ottica deformante: miseria materiale e mortificazione spirituale, irrazionalità e re gresso, una specie di nuovo Medio Evo predicato per passare un messianico Anno Duemila. Se fosse prevalso invece l ’ approccio conoscitivo, legato an che alle discipline della natura, sarebbero emersi in primo luo go i grandi squilibri strutturali mondiali che la proposta dell ’ austerità popolare vuol mettere a nudo ed affrontare nel segno dei popoli e dei lavoratori, perché altrimenti quegli squilibri saranno affrontati nel segno delle multinazionali. Se fosse prevalso l ’ approccio conoscitivo, almeno gli uomini del la sinistra avrebbero ricordato che la lotta contro lo spreco delle risorse e contro i consumi improduttivi rappresenta una necessità storica delle classi emergenti, contro le forze che si oppongono al progresso sociale ed economico: e che due seco li fa la borghesia industriale nascente aveva condotto questa stessa battaglia contro lo sperpero e il parassitismo del feuda lesimo ormai superato dalla storia, non già in nome della mi seria e della mortificazione, ma per l ’ accumulazione e la pro duzione di massa. Oggi tocca allora alle forze lavoratrici, nuova classe emer gente dallo scontro con il capitale, proporre un ’ altra trasfor mazione economica che abbia per fine una nuova attribuzione dei mezzi di produzione, dei beni prodotti e delle risorse di sponibili. Ancora una battaglia per l ’ austerità, dunque, del tutto priva di significati moralistici o metafisici, ma destinata piuttosto a far emergere una migliore qualità di vita per le for

4. L ’ austerità occasione mancata

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ze lavoratrici, con una distribuzione del potere politico ed eco nomico ad esse più favorevole. La crisi energetica del 1973 toglie ogni illusione eurocen trica a questo scontro. Le risorse oggetto della contesa non so no più i tradizionali prodotti della fertile agricoltura europea, né il carbone ed il ferro materie prime dell ’ iniziale spinta capi talista: ma sono anche ormai il petrolio e l ’ uranio necessari per il rifornimento energetico, i metalli rari indispensabili per l ’ industria sempre più sofisticata, il legno per le cartiere ed il mobilio, la soia per i mangimi animali, le lane e il cotone per l ’ abbigliamento, il pesce e i bovini per l ’ alimentazione. La lo calizzazione di queste materie prime è assai squilibrata sul no stro pianeta, ma specialmente ne è squilibrato paurosamente il consumo. Ci si sta accorgendo che materie prime sono anche l ’ acqua e la stessa aria e che inquinandole come stiamo facendo le tra sformiamo in risorse finite, da infinite che sono: scopriamo fi nalmente la verità più elementare della natura e cioè che il so le è la più grande e disponibile fonte energetica esistente e che l ’ uomo non si è fino ad oggi provato ad imitare un processo che i vegetali fanno da milioni e milioni di anni. Il problema dell ’ austerità, da nazionale che era, si trasforma allora in pro blema planetario. La situazione ha trovato impreparate le società nazionali, ma non certo le forze dominanti dei capitalismo internaziona le: le multinazionali del petrolio non hanno mai guadagnato tanto, come da quando il petrolio scarseggia, ma i popoli po veri stanno ancor peggio di ieri. Mentre all ’ interno delle socie tà nazionali capitaliste si cerca di far pagare ai lavoratori il prezzo del nuovo equilibrio economico: nei paesi più svilup pati dell ’ Europa continentale i primi ad essere colpiti sono gli immigrati meridionali, ma in quelli dell ’ Europa mediterranea sono investite direttamente le condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari. È questa l ’ austerità dei «padroni», una austerità capitalista ben diversa da quella dinamica e produtti va di due secoli fa, una austerità che chiede sacrifici ai molti che hanno poco e non ai pochi che hanno molto. Le forze politiche della sinistra nell ’ Europa occidentale so no rimaste prigioniere di questa contraddizione, l ’ immagine della austerità è ancora, per la maggior parte di esse, l ’ imma gine imposta dal capitalismo odierno: non si accorgono, così facendo, di non offrire a quella austerità una possibile alterna tiva. Così i comunisti francesi solidarizzano con il governo nel chiudere la strada del MEC ai contadini spagnoli, illudendosi di difendere in questo modo i vignaiuoli del Midi. Così gli stessi comunisti italiani, che per primi hanno impugnato la bandiera dell ’ austerità popolare, esitano a portarla avanti, nel timore che i lavoratori non comprendano l ’ esistenza di due austerità contrapposte. Eppure la situazione è chiara: la congiuntura internaziona le e insieme le conquiste popolari hanno ridotto i margini dell ’ accumulazione capitalista; mentre i consumi improduttivi hanno toccato il tetto e non incrementano più l ’ accumulazio ne, i lavoratori difendono a denti stretti la quota di reddito — salari e consumi sociali — da essi strappata per la ricostituzio ne della forza lavoro. In questo quadro l ’ alternativa è sempli ce: se l ’ espansione della accumulazione è oggi bloccata dalla

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rigidità della congiuntura internazionale e dei consumi impro duttivi, bisogna ridurre la quota di reddito conquistata dai la voratori, cioè i salari — o l ’ occupazione — e i consumi socia li; e questa naturalmente è l ’ austerità dei padroni. Al contrario i lavoratori, pur consapevoli che è necessario rilanciare l ’ accumulazione per investire nella produzione, sono in primo luogo interessati ad una più giusta ed equilibrata ri partizione internazionale delle risorse (che nei paesi arretrati sostituisca l ’ intervento produttivo alla rapina delle materie prime) ed in secondo luogo hanno interesse ad espandere i consumi sociali a spese dei consumi improduttivi, intervenen do così a cambiare lo stesso mercato capitalistico e i rapporti politici nella società: e questa è l ’ austerità popolare, non una proposta di risparmi a breve termine, ma una vera e propria strategia di rinnovamento e di trasformazione della società. In un ’ ottica filtrata dalle conoscenze più che dalle convin zioni, che non isoli le scienze dell ’ uomo dimenticando quelle della natura, nella proposta dell ’ austerità popolare si sarebbe ro colti non i sacrifici che i lavoratori fanno da sempre, ma le contropartite che si stanno faticosamente conquistando, non un ’ immaginaria e indiscriminata rinuncia al benessere, ma il preciso rifiuto di quel benessere di cui alle masse toccano sol tanto le briciole e talvolta nemmeno quelle; non, infine, la spinta a rimettere in piedi il meccanismo capitalista in crisi per ricavarne vantaggi marginali ai lavoratori, ma l ’ impegno alla trasformazione delle strutture economiche patologiche, arre trate, ingiuste, che rappresentano le cause della crisi da com battere. scorgere i valori dinamici e vitali esistenti nella proposta della «austerità per cambiare l ’ Italia», che è stata criticata o attac cata dagli intellettuali di sinistra di formazione umanistica con significativa unanimità, da Bobbio ad Asor Rosa. Sarebbe pe rò insincero fingere di dimenticare che fra gli stessi quadri poli tici comunisti, la linea dell ’ austerità popolare ha attecchito su perficialmente e ne sono state prevalentemente ricordate le og gettive difficoltà o peggio alcune controproducenti applicazio ni burocratiche: così al «rigore» raccomandato dalla propo sta, si è rapidamente contrapposta la necessità di non cadere nel «rigorismo», con una tipica conclusione «all ’ italiana» del la vicenda. L ’ accantonamento della politica di austerità popolare ha rappresentato oltre a tutto anche una occasione mancata per riproporre al Paese più conoscenze che convinzioni, una cultu ra della natura e non solamente dell ’ uomo. Proprio fra gli in tellettuali di formazione tecnico-scientifica la proposta dell ’ au sterità aveva suscitato interesse e consensi: per la prima volta la specificità disciplinare diventava per essi non un elemento di oggettività, di neutralità al disopra della mischia, ma al contrario un fattore di politicizzazione e di impegno sociale. La specificità disciplinare costringeva ingegneri ed ecologi, L ’ ottica deformata della cultura prevalente non ha saputo

5. Austerità e questione

culturale

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Dopo il terremoto

idraulici e geologi, urbanisti e fisici a toccare con mano lo spreco sistematico delle risorse, la distorsione degli usi energe tici, il degrado dell ’ ambiente, l ’ inefficienza del sistema infra strutturale, il caos urbano e territoriale, la stessa trascuratezza delle conoscenze necessarie alle scelte di governo a tutti i livelli 3 . Nella politica dell ’ austerità popolare gli intellettuali delle discipline tecnico-scientifiche hanno sentito, più o meno consapevolmente, la dimensione di una grande proposta cul turale e politica, realmente capace di «trasformare l ’ Italia». Di quella proposta purtroppo si sono quasi perse le tracce nelle ultime indicazioni di linea politica con le quali i comuni sti presentano con forza al Paese la questione morale e la pro spettiva di un nuovo schieramento di governo. Non era forse il grande trauma provocato dal terremoto l ’ occasione per ri proporre anche i contenuti dell ’ austerità popolare, per correg gerne l ’ interpretazione distorta che si era lasciata prevalere, per presentare di nuovo l ’ esigenza di una cultura politica nuo va per trasformare l ’ Italia? Perché certamente il terremoto del 23 novembre 1980 ha riproposto pesantemente la questione meridionale: ma ciò che ancora non sembra chiaro a tutti è il dilemma se si deve cam biare il Mezzogiorno per portarlo alla pari con il resto della nazione, o se per cambiare il Mezzogiorno sia necessario cam biare il Paese intero. Si discute se dopo il terremoto sia neces sario parlare di ricostruzione, o piuttosto di sviluppo, di rina scita, di trasformazione: certamente questa non vuole essere una disputa lessicale, ma evidenzia piuttosto una concezione assai più quantitativa che qualitativa degli interventi. E invece sul piano della qualità che diventa impossibile separare l ’ azio ne meridionalista da quella indispensabile in tutta l ’ economia nazionale. Dopo il terremoto ci si domanda finalmente se è possibile oggi una economia «indifferente» al territorio, una economia che destina alla convivenza dell ’ uomo con la natura soltanto le eccedenze degli scontri fra capitale e lavoro, fra inflazione e stagnazione, fra occupazione e produttività. Come se il terri torio non si incaricasse drammaticamente di ricordare in mille modi che non è più possibile fare i conti senza di esso. Con il termine di territorio non si indica oggi soltanto il suolo delle campagne e delle città, costruito o inedificato, ma anche l ’ intero sistema urbano ed agricolo di residenza, di pro duzione, di comunicazioni; territorio è l ’ ambiente naturale re siduo e quello più o meno intensamente antropizzato, come pure le condizioni vitali in questi determinate; sono le materie prime disponibili, ma finite e le risorse energetiche riproduci 3 G iuseppe C ampos V enuti , Urba nistica e austerità, Feltrinelli 1978.

6. Un ’ economia non «indifferente» al territo rio

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bili o no e lo stesso uso che le società fanno di quelle materie prime e di quelle risorse. Territorio è un termine di confronto con cui l ’ uomo si è misurato sempre nella sua storia, ma solo negli ultimissimi anni l ’ umanità si è impadronita di strumenti capaci di sconvolgerne radicalmente i millenari equilibri, co me di risolverli a proprio non effimero vantaggio. Se per seco li il confronto ha inciso in prevalenza sulla società umana, da pochi decenni il rapporto è diventato reciproco e incide anche fortemente sull ’ organizzazione naturale. I padri dell ’ economia moderna non potevano attribuire al territorio che un ’ importanza marginale, essenzialmente legata all ’ uso del suolo per la produzione agricola: agli stessi feno meni economici legati all ’ urbanesimo veniva di fatto attribuito un ruolo secondario, se si pensa che il terzo libro del Capitale dedica alla rendita urbana appena poche pagine in un capito- letto che tratta anche di quella mineraria. Ciò spiega forse la ritrosia dell ’ economia contemporanea ad avvertire appieno il valore del territorio inteso non solo co me supporto fisico di coltivazioni e di costruzioni, ma piutto sto come struttura complessa, agglomerato di risorse e mate rie prime, di mezzi di produzione e di beni di consumo. A questa ritrosia, almeno in Italia, si aggiunge la riluttanza a ve rificare l ’ impatto con il territorio degli investimenti economici e sociali, per la difficoltà di misurare in termini di reddito e di occupazione i costi e i benefici di quell ’ impatto. Lo spazio lasciato vuoto dalla cultura tradizionale nel campo dei complessi rapporti fra economia e territorio è stato così occupato in larga misura dai movimenti ecologici, i quali però, pur avendo intuito la nuova problematica, non sempre sostengono le proprie convinzioni con una adeguata base co noscitiva. Questa contraddizione rallenta ulteriormente la pe netrazione nella opinione pubblica della cultura della natura, i cui temi sono infatti oggetto di dispute più spesso ideologiche che programmatiche, anche nell ’ ambito della sinistra politica e culturale. II problema non è quindi quello di far diventare «verdi» i «rossi» e tanto meno quello di offrire ai «tecnici» occasioni di governo: il problema è quello di scoprire in qual modo oggi i conflitti di classe si intrecciano con l ’ uso del territorio e in qual misura i lavoratori sono oggi interessati a risolvere que sto rapporto a proprio vantaggio.

7. Un nuovo rapporto fra l ’ uomo e la natura

E il prezzo che le popolazioni meridionali stanno pagando per l ’ ennesimo terremoto affrontato senza alcuna preparazio ne, dimostra anche in termini monetari che il costo di una ra dicale riforma del rapporto fra il territorio e la società sarebbe stato certamente ripagato. C ’ è di più: dopo il terremoto co mincia a comprendersi come una politica che non sottovaluti la cultura della natura sarebbe in grado di offrire un contribu to di grande rilievo alla battaglia per conquistare ai lavoratori nuovi e più favorevoli rapporti di produzione e di scambio. Non è però ancora chiara all ’ opinione pubblica e agli stes

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si gruppi dirigenti politici ed intellettuali la stretta interdipen denza di tutti i problemi che riguardano il rapporto fra l ’ uomo e la natura: e che l ’ uso del territorio, come la difesa dai terre moti o la questione energetica, vanno affrontati contempora neamente. E infine che la crisi energetica non propone soltan to una riduzione degli impieghi petroliferi, da compensare con un maggior uso di carbone o uranio, con la razionalizzazione e il risparmio dei consumi. La crisi energetica è la spia clamo rosa del rapporto sbagliato fra l ’ uomo e la natura che si è af fermato sulla terra nell ’ ultimo mezzo secolo e che va modifica to alla radice: cambiando l ’ uso delle risorse, i sistemi di pro duzione e i beni prodotti, per qualità più che per quantità, ma anche per distribuzione territoriale. La scienza e la tecnica possono essere poste al servizio di un modello di sviluppo che tenga conto delle esigenze sempre più evidenti di un diverso ed equilibrato rapporto fra l ’ uomo e la natura: il che non vuol dire affatto ridurre la produzione, ma trasformarne i processi e diffonderla nei paesi sottosvilup pati, non vuol dire moderare i consumi, ma cambiarne la qua lità e distribuirli in modo più equilibrato fra i continenti, non vuol dire bloccare l ’ impiego delle risorse, ma rivoluzionarne lo sfruttamento a favore di quelle rinnovabili e meno inquinanti, non vuol dire assolutamente peggiorare la qualità della vita, ma al contrario migliorarla e di molto per la stragrande mag gioranza degli esseri viventi. Perché ciò sia possibile la scienza deve offrire al modello di sviluppo «tecnologie appropriate» 4 che, senza condannarle, non mitizzino le tecnologie tradizio nali e le sostituiscano in tutto o in parte ogni volta che ciò sia possibile e conveniente per risolvere senza traumi il rapporto fra uomo e natura: e da queste nuove tecnologie, già in larga misura note, ma assai poco sviluppate, discenderanno allora nuove forme di ricchezza e addirittura nuovi valori per la so cietà. E però necessario acquisire la consapevolezza che il nuovo rapporto fra l ’ uomo e la natura, l ’ esigenza di trasformare l ’ economia per renderla organica con il territorio — termine inteso nell ’ accezione estensiva che ho già illustrato — , tutto ciò comporta «anche» valori morali, ma non deriva essenzial mente da questi: deriva da motivazioni di sopravvivenza bio logica a lungo periodo per l ’ intera razza umana e di interesse materiale a breve e medio periodo per i lavoratori e per i po poli di tutto il mondo. In termini disciplinari ciò significa mo dificare profondamente le basi dell ’ economia classica, dando largo spazio alla componente naturale fino ad oggi sostanzial mente trascurata nella controversia storica fra lavoro e capita le. Da venti anni a questa parte le componenti territoriali dell ’ equazione economica hanno tentato di farsi strada nella struttura della disciplina e presso l ’ opinione pubblica, acqui stando posizioni in entrambe i campi, ma posizioni non anco 4 B alcet , C olombo , L anzavec chia , Z orzoli , La speranza tecnolo gica, ETAS 1980.

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ra tali da modificare radicalmente il modo di intendere la vita economica della società. Di fronte al caos e alle speculazioni che caratterizzavano in modo sempre più clamoroso lo svilup po delle città, si è posta per prima all ’ inizio degli anni Sessan ta la questione urbanistica; poi si è imposta all ’ attenzione la questione dell ’ assetto idrogeologico, che ha toccato l ’ acme nel 1966 con la frana di Agrigento e le alluvioni di Firenze e del Veneto. Negli anni Settanta sono esplose la questione ecologi ca, segnata dagli incidenti «storici» di Seveso e di Three Mile Island e insieme la questione energetica, che dopo la guerra del Kippur si è progressivamente affermata come il più noto dei problemi economici mondiali. E finalmente il catastrofico terremoto del Mezzogiorno ha brutalmente costretto l ’ opinio ne pubblica e i gruppi dirigenti politici e intellettuali a scoprire la questione sismica, la questione dei terremoti. Tutte queste problematiche fanno parte della stessa que stione del territorio, del rapporto trascurato fra l ’ uomo e la natura; ma pur riconoscendo ad esse una importanza scono sciuta in passato, non solo la società stenta a riconoscerle co me parti distinte di un più grande, unico problema, ma si comporta di fronte ad esse come la politica dei redditi con le riforme: cioè pensa di potersene preoccupare «dopo» aver ri solto i problemi classici dell ’ economia — l ’ inflazione e la sta gnazione, l ’ occupazione e la produttività — con quanto even tualmente «avanza» dalla soluzione. Si continua insomma a pensare che la convivenza con la natura sia una questione morale e sociale, alla quale è possibi le destinare soltanto il sovrappiù delle prevalenti necessità economiche: più o meno esplicitamente la pensano così politi ci ed economisti di sinistra o di destra, esponenti sindacali o del padronato. Alla base come al vertice della società c ’ è in somma ancora una cultura delle convinzioni che esclude le co noscenze emerse nell ’ ultimo quarto di secolo sui rapporti fra la natura e l ’ uomo, che non riesce ad ammettere la necessità per l ’ economia di fare i conti una buona volta con il territorio, derivandone una struttura economica completamente rinnova ta.

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8. Le conoscenze terremoto

Del resto la stessa ricerca scientifica avanza assai lenta mente nelle conoscenze delle problematiche territoriali: la geo dinamica, oggi riproposta in Italia dopo il terremoto del 23 novembre 1980, ha individuato le sue concezioni fondamenta li soltanto nel corso degli anni Sessanta con la messa a punto della «tettonica a placche» 5 , che offre finalmente una struttu ra esplicativa agli eventi sismici, secondo la teoria della deriva 5 P atrick Y oung , Deriva dei conti nenti e oceani in movimento, Zani chelli 1980.

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dei continenti nel corso delle ere geologiche. Fino a qualche decennio fa la sismologia italiana era fra le prime nel mondo, per il semplice motivo di possedere uno dei più ricchi ed anti chi patrimoni di esperienze sismiche: ma quando è maturato il momento applicativo la disciplina sismica italiana è rimasta indietro, mancante di fondi, di riconoscimenti istituzionali, ma specialmente di una cultura di massa che ne reclamasse la presenza pratica nella società. Eppure il ricco patrimonio italiano di eventi sismici rap presentava la più solida base operativa per una politica contro i terremoti, indicando con relativa precisione le zone sismiche, classificate secondo l ’ intensità e addirittura la periodicità delle scosse. Eppure, malgrado la documentazione scientifica e la stessa memoria storica, le indicazioni legislative scaturite dalle conoscenze empiriche disponibili, sono state sempre conside rate in Italia non una inderogabile necessità, ma più che altro un incomprensibile balzello, rimanendo spesso inapplicate per trascuratezza pubblica, disonestà privata e disinteresse collet tivo. La legislazione edilizia antisismica vigente risulta allora non soltanto arretrata sul piano tecnico e scientifico, ma an che artificiosamente modificata, per escludere questo o quel comune dai costi aggiuntivi necessari per garantire le costru zioni dal rischio dei terremoti: si badi che, per i nuovi fabbri cati, la maggiorazione di costo per le costruzioni antisismiche non supera in generale il 10% del costo complessivo e che dunque in una zona sismica il rispetto dell ’ apposita legge rap presenta un investimento largamente compensato anche se condo calcoli puramente economici. Quanto alla garanzia che le norme antisismiche siano di massima sufficienti a ridurre drasticamente il rischio, migliaia e migliaia di esperienze ita liane e straniere possono concretamente dimostrarlo. E la tele visione ha potuto convincerne milioni di italiani con le riprese effettuate dopo il 23 novembre 1980 a Nuova Melito, un vil laggio dell ’ Irpinia ricostruito con rigidi criteri antisismici dopo il terremoto del 1962, che è uscito intatto dalla più recente ca tastrofe. Come definire allora gli atti legislativi che nel passato sono in molti casi serviti a declassificare un comune rispetto alla legge sismica? I casi sono decine e decine e non hanno mai trovato eco presso l ’ opinione pubblica, come nel Parlamento nazionale. Del resto una elaborazione più aggiornata scientifi camente della carta sismica d ’ Italia non è stata promossa dallo Stato neppure dopo i più disastrosi terremoti di questo dopo guerra: e se oggi questa carta è stata approntata, almeno in una prima stesura, lo si deve alla testarda iniziativa di un gruppo di specialisti 6 * * * * il che hanno saputo approfittare dei miseri fondi disponibili per la ricerca scientifica. Dalle prime infor mazioni risulta che l ’ elenco dei comuni sismici è destinato a moltiplicarsi, investendo ampie zone trascurate nel passato e

6 Mi riferisco agli studiosi del Pro getto geodinamica del CNR, di cui questo numero di Problemi della Transizione pubblica il fondamentale documento presentato al Parlamento il 10 dicembre 1980.

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suggerendo di approfondire le verifiche in numerose altre par ti del territorio nazionale: e ad un mese esatto dal terremoto del Mezzogiorno una scossa leggera, ma chiaramente avverti ta, ha ricordato alle popolazioni della Valle Padana che in Ita lia le zone esenti da rischio sismico più o meno alto sono in realtà poche. Quella di una organica politica contro i terremoti — di una politica preventiva e non di una politica di assistenza ai terremotati — doveva essere il primo risultato positivo della maggiore sensibilità prodotta dal sisma nell ’ opinione pubblica e nei gruppi dirigenti del Paese. E dunque di un rapido aggior namento della legislazione edilizia antisismica, nelle normati ve tecniche come nella classificazione dei comuni, per il Mez zogiorno e per il Paese intero. Mi sembra invece che la dram maticità della situazione in cui versano le popolazioni terre motate possa far perdere di vista le questioni di fondo, da af frontare non quando si saranno rimarginate le ferite di «que sto» terremoto, ma mentre queste sono ancora calde. Nessuno sembra voler capire che «nuovi» terremoti sono in agguato nelle viscere della terra in molte zone del nostro Paese, che secondo i pur aleatori calcoli di periodicità grandi città come Catania vivono già oggi in epoca di rischio sismico e che la questione di fondo non è dunque neppure quella delle norme edilizie per i nuovi fabbricati, ma quella delle scelte per il rafforzamento degli edifici esistenti. E forse più chiaro a questo punto cosa volevo dire quando scrivevo che «per cambiare il Mezzogiorno è necessario cam biare il Paese intero». Gli esperti hanno indicato in circa dieci milioni di stanze la quota del patrimonio edilizio nazionale che è necessario rafforzare per proteggerla dal rischio sismico: si tratta di intervenire sul 10-15% delle abitazioni esistenti, che il più delle volte richiedono non solo un intervento sulle strutture portanti, ma anche un risanamento igienico-edilizio. Sulla base delle probanti esperienze realizzate in Friuli il costo della operazione è stato calcolato in 40.000 miliardi e si è già arrivati a proporre un ’ attuazione ventennale dal costo attuale di 2.000 miliardi annui, cifra perfettamente compatibile con le nostre possibilità economiche. 1 problemi che si pongono per l ’ attuazione sono allora di due tipi. 11 primo riguarda il meccanismo da adottare per far si che il maggior costo delle nuove costruzioni antisismiche e le spese per il rafforzamento delle vecchie non divida il Paese in due zone sperequate dal punto di vista edilizio. Il secondo, ancor più importante, riguarda invece la programmazione ge nerale della produzione edilizia, perché è impensabile che pos sano essere rafforzate e risanate 500.000 stanze all ’ anno per venti anni (si tratta grosso modo di una cifra pari alla metà delle nuove costruzioni prodotte annualmente nell ’ ultimo pe riodo), senza un grande sforzo di coordinamento pubblico e privato e senza aver fatto a monte precise scelte fra nuove co struzioni e interventi sul patrimonio esistente.

9. Edilizia antisismica scelta nazionale

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Una seria programmazione in questo campo viene richie sta da oltre vent ’ anni per motivi sociali ed urbanistici, ma non è mai stata sostanzialmente tentata: oggi la questione vie ne riproposta per affrontare concretamente i problemi dei ri schi sismici e naturalmente le motivazioni nuove si aggiungo no alle precedenti. È chiaro che buona parte delle abitazioni da rafforzare e risanare per ragioni sismiche, oltre che sociali ed urbanistiche, si trova nel Mezzogiorno e che dunque il Mezzogiorno troverebbe in questo quadro affrontato e risolto uno dei suoi problemi di fondo; ma è altrettanto chiaro che questi problemi non potrebbero in alcun modo essere affron tati con scelte operate esclusivamente per le regioni meridio nali. La questione non riguarda però soltanto una programma zione quantitativa degli investimenti, perché la realizzazione di un progetto nazionale di rafforzamento antisismico non comporta soltanto reperimento e distribuzione di fondi: si tratta al contrario di investimenti qualitativi, cioè di mettere in piedi una struttura produttiva capace di affrontare l ’ impre sa, di elaborare le tecnologie appropriate, di selezionare i mate riali che ai tradizionali requisiti fisici ed economici aggiunga no quelli di non essere energivori ed inquinanti, di formare la mano d ’ opera e i quadri specializzati, di realizzare insomma un ’ operazione destinata ad incidere sull ’ organizzazione sociale ed economica in modo assai più complesso e profondo di quanto farebbe un investimento puramente quantitativo. Un ’ operazione del genere costituirebbe un primo fonda mentale esempio di un ’ economia «non indifferente» al territo rio, foriera di effetti positivi ben oltre i limiti (che per altro dovrebbero bastare da soli) della sicurezza antisismica: realiz zerebbe il risanamento igienico-edilizio di gran parte del patri monio abitativo nazionale, garantirebbe il lavoro e la qualifi cazione di moltissime imprese di costruzioni, delle maestranze e dei tecnici, provocherebbe un salto tecnologico nel settore industriale più arretrato con probabili ripercussioni positive nei settori vicini, offrirebbe un consistente contributo al ri sparmio energetico attraverso la possibilità di programmare in tale senso sia i materiali edilizi, sia gli apparecchi per l ’ auto nomia energetica dei fabbricati. Una ricostruzione economica «non indifferente» al territo rio non riguarda però unicamente la questione del terremoto. L ’ opinione pubblica e persino molti esperti sembrano aver scoperto soltanto dopo il sisma l ’ importanza che aveva per le zone interne del Mezzogiorno la zootecnia, sia pure nelle for me povere ed arretrate con cui era condotta dalle piccole aziende contadine: e tutti sembrano d ’ accordo nel potenziare e qualificare gli allevamenti quale valida e non secondaria fonte di reddito. I più sembrano però ignorare che lo sviluppo della zootecnia nelle zone appenniniche rappresenta un fattore eco nomico di importanza rilevante per tutto il Paese, al centro- nord come al sud, capace di sostituire l ’ agricoltura arretrata di

10. Zootecnia e assetto idrogeologico

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