Transizione 1987

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TRANSIZIONE

8/87 bimestrale SOCIETÀ GIUSTA: LE CARTE DEI DIRITTI / Luciano Vandelli, Democrazia e diritti / Laura Balbo, La cultura dei diritti quotidiani / Ugo Resci- gno, Le aspettative dei cittadini / Augusto Barbera, Ripensare le carte dei diritti? / Mario G. Losano, Il diritto all'informazione. EMILIA-ROMAGNA: UNA REGIONE DI «CIT TADINI» / Luisa Lama, Risposte istituzionali / Carlo Falqui-Massidda, Dall ’ ombudsman al difenso re civico / Alessandro Di Stefano, La carta dei diritti 'per l'ambiente / Carlo Hanau, I diritti del malato / Walter Vitali, Governo municipale alla prova / Francesca Bruni, L'informazione come tutela.

CAPPELLI

Spedizione in abbonamento postale Gr. IV

TRADIZIONE bimestrale di cultura e politica, n. 8/87

Direzione: Giuseppe Campos Venuti, Roberto Fieschi, Francesco Galgano, Walter Tega, Salvatore Veca. Consiglio scientifico: Gian Mario Anseimi, Marzio Barbagli, Salva tore Biasco, Remo Bodei, Moris Bonacini, Piero Brezzi, Dino Buz ze t ti, Omar Calabrese, Pier Luigi Cervella ti, Renzo Cremante, Fausto Curi, Pier Paolo D ’ Attorre, Raffaele De Giorgi, Roberto Finzi, Marco Fontana, Mario Gattullo, Giuseppe Gavioli, Anna Maria Gentili, Giorgio Ghezzi, Ferruccio Giacanelli, Guido Gu glielmi, Tomas Maldonado, Ferruccio Masini, Lucio Montanaro, Marco Onado, Massimo Pavarini, Umberto Romagnoli, Lino Ros si, Alessandro Roveri, Carlo M. Santoro, Eugenio Somaini, Mauri zio Vaudagna, Renato Zangheri.

Redazione: Pino Agnetti, Maurizio Viroli. Segretaria di redazione: Gilberta Franzoni.

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SOMMARIO

SOCIETÀ ’ GIUSTA: LE CARTE DEI DIRITTI

p. 5 Luciano Vandelli, Democrazia e diritti p. 15 Laura Balbo, La cultura dei diritti quotidiani p. 23 Ugo Rescigno, Le aspettative dei cittadini p. 29 Augusto Barbera, Ripensare le carte dei diritti? p. 37 Mario G. Losano, Il diritto all ’ informazione EMILIA-ROMAGNA: UNA REGIONE DI «CITTA DINI» p. 47 Luisa Lama, Risposte istituzionali p. 57 Carlo Falqui-Massidda, Dall ’ ombudsman al difensore ci vico p. 65 Alessandro Di Stefano, La carta dei diritti per l ’ ambiente p. 73 Carlo Hanau, I diritti del malato

p. 89 Walter Vitali, Governo municipale alla prova p. 97 Francesca Bruni, L ’ informazione come tutela

p. 107 APPENDICE

Hanno scritto sul n. 8187 di Transizione-. Luciano Vandelli, Uni versità di Bologna - Laura Balbo, Università di Ferrara - Ugo Resci- gno, Università di Modena - Augusto Barbera, Università di Bolo gna - Mario G. Losano, Università di Milano - Luisa Lama, Regione Emilia-Romagna - Carlo Falqui-Massidda, Difensore civico della Regione Emilia-Romagna - Alessandro Di Stefano, Regione Emi lia-Romagna - Carlo Hanau, Centro per i diritti del malato di Bologna - Walter Vitali, Assessore agli Affari Istituzionali del Comune di Bologna - Francesca Bruni, Comune di Bologna. Questo fascicolo raccoglie alcuni dei contributi presentati al convegno «Cittadini, ser vizi sociali, istituzioni. Un primo bilancio delle Carte dei diritti», tenutosi a Bologna il 21 aprile 1986.

DEMOCRAZIA E DIRITTI

Luciano Vandelli

1. L ’ elaborazione, culturale e politica, del complesso di pro poste racchiuse nella formula «Carte dei diritti», prese l ’ avvio, all ’ inizio degli anni ’ 80, da una analisi che si basava su alcuni presupposti di fondo, tra i quali merita ricordare in particolare da un lato la constatazione del fallimento o comunque della crisi della partecipazione, nei termini e modi in cui era stata concepita nel decennio precedente; dall ’ altro il riconoscimento del ruolo politico dei gruppi-obiettivo, tendenti al perseguimento di interessi cosid detti “ diffusi ” . Sotto il primo profilo, l ’ analisi prendeva atto, con franchezza, del fatto che i moduli partecipativi adottati, nel deludere le attese di apertura di considerevoli spazi di democrazia sostanziale, aveva no prodotto effetti non marginali di amplificazione di rilevanti difetti del sistema (moltiplicazione delle sedi in cui si riproduceva no i tradizionali schemi partitici ovvero le logiche corporative; innesto di nuovi passaggi nelle consuete procedure, che, in questo modo, si appesantivano e rallentavano ulteriormente); sotto il se condo, si respingeva apertamente la diffusa tendenza ad identifica re il sistema politico esclusivamente con il sistema dei partiti. In questi termini, nel tentare una risposta più efficace alle istanze di partecipazione, le proposte delle Carte dei diritti assu mevano come destinatari fondamentali i gruppi portatori di fini collettivi (leghe, comitati, associazioni per la tutela dell ’ ambiente, per la difesa dei consumatori, per la lotta a diverse forme di emar ginazione e discriminazione, per la donna, ecc.), riconoscendo ad essi poteri di intervento sull ’ azione delle istituzioni pubbliche ed ambiti di gestione sociale per il volontariato; ma, d ’ altronde, af fiancando a questi aspetti la individuazione di forme di garanzia 5

del cittadino, anche quale singolo interlocutore e destinatario (spesso in posizione debole: quale malato, assistito, utente, con sumatore, ecc.) dell ’ attività (particolarmente: di prestazione di servizi o di controllo su altri soggetti) svolta dalle pubbliche am ministrazioni. 2. Ora, a cinque-sei anni di distanza dalle prime elaborazioni delle Carte dei diritti, l ’ analisi su cui esse si fondavano sembra aver mantenuto una piena attualità. Rispetto a quella fase, anzi, l ’ evoluzione successiva pare evidenziare ulteriori elementi di de terioramento. In realtà non risulta azzardato ritenere che la distanza tra cit tadini e apparati pubblici tenda ancora ad aumentare. Ma se sem pre più numerosi e rilevanti si presentano i processi decisionali e le scelte considerati con distacco (se non con diffidenza) dalla gran parte dei cittadini — che vi percepisce un elemento di conflit- to/mediazione tra partiti e corporazioni che li lascia estranei — cresce, da parte dei cittadini stessi, la domanda e la consapevolezza dei diritti (intendendo questi ultimi nel significato ampio ed a-tec- nico che ha ispirato le Carte) nei confronti della pubblica ammi nistrazione: sia negli ambiti in cui essa si presenta come centro di produzione di servizi (a partire da quelli sanitari) od anche di atti su richiesta, sia negli ambiti in cui la pubblica amministrazione si pone come elemento di garanzia/controllo nei confronti di possi bili lesioni degli interessi (collettivi e individuali) dei cittadini (si pensi, anzitutto, all ’ ambiente, o all ’ alimentazione). Per altro verso, i ricorrenti attacchi allo Stato sociale paiono voler suggerire che la soddisfazione delle (sempre più estese, complesse e, in larga misura, mature) esigenze individuali (ma, per certi aspetti, anche di quelle collettive) sia da ricercare al di fuori delle pubbliche istituzioni. E del generale clima di sfiducia nei confronti della politica e delle istituzioni non possono non risentire, anzitutto, le autonomie locali, che del circuito istituzionale costituiscono il terminale più sensibile ed a contatto più diretto con gli amministrati. 3. La ricomposizione di un più soddisfacente rapporto con i cittadini si presenta, dunque, particolarmente in questa fase e par ticolarmente per i poteri regionali e locali, come obiettivo essenzia 6

le e prioritario. Questo obiettivo tende a riflettersi ed a rimettere in discussione profili del nostro sistema che parevano immutabili: a partire dai meccanismi di rappresentanza e di formazione degli organi di governo dei livelli locali. E il variegato dibattito sulla elezione diretta del sindaco, sviluppato negli ultimi tempi, eviden zia certamente — anche da parte di chi maggiormente è restio nei confronti delle proposte più innovative — un modo nuovo (co munque più cauto ed attento) di accostarsi al problema. Per altro verso, va consolidandosi la convinzione (già presente in alcune delle prime ipotesi delle Carte dei diritti) della centralità della questione amministrativa', ed i profili attinenti alla efficienza ed alla produttività dell ’ amministrazione assumono un valore de terminante in ogni processo riformatore. La stessa revisione delle istituzioni di governo, il miglioramento dei modi attraverso cui si esprime la democrazia rappresentativa potrebbero essere svuotati dalla mancanza di una riforma che conferisca all ’ amministrazione una nuova capacità di soddisfare le domande dei cittadini: poiché è anche e precisamente su questo piano che le istituzioni hanno necessità di rilegittimarsi. E della riforma amministrativa sembra ora rivalutare le impli cazioni il dibattito politico-istituzionale, non più così fortemente concentrato (come è accaduto in qualche fase) sui “ rami alti ” delle istituzioni, spesso lasciando al margine i problemi di fondo della pubblica amministrazione. L ’ attenzione, le elaborazioni, le propo ste, su questo versante, aumentano e si specificano. Può essere significativo, al proposito, ricordare, ad esempio, i lavori delle commissioni istituite presso la Presidenza del consiglio (cosiddette commissioni Nigro, Cassese, Piga) su temi quali il procedimento amministrativo e l ’ accesso agli atti e documenti. Ritornando a vicende di ambito regionale, può essere significa tivo, sia pur sotto altri — e ben distinti — profili, il rilievo che (precisamente in Emilia-Romagna), nel dibattito che ha preceduto le elezioni del maggio 1985 e nei programmi successivamente pre sentati dalla giunta, hanno assunto le questioni del riordino strut turale, organizzativo e funzionale dell ’ amministrazione, in stretta connessione con (e, in realtà, quale essenziale presupposto per) la politica dei “ diritti quotidiani ” (e, del resto, la relazione vale an che in senso inverso: essendo la tutela dei diritti dei cittadini a sua volta, come si è rilevato, un modo per stimolare l ’ efficienza e la migliore organizzazione della macchina amministrativa).

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4. Sul piano dell ’ esperienza, si sono sviluppate, in varie realtà locali (soprattutto ad opera di comuni, delle più diverse dimensio ni) iniziative su non pochi aspetti connessi alla tematica toccata dalle Carte dei diritti: dall ’ ambiente (guardie e gruppi ecologici, servizi telefonici per segnalare danni e rischi ambientali, consiglieri delegati al settore, procedure di impatto ambientale, ecc.), alla sanità (comitati civici per la salute, tribunali dei malati, centri per le prenotazioni, ecc.); dal volontariato (registri, assicurazioni per infortuni o responsabilità dei volontari, ecc.) alla lotta alle tossico- dipendenze (comitati di prevenzione, incentivazione e fornitura di beni a centri, ecc.); dalla cultura (promozione e valorizzazione di forme di autogestione per teatri, centri lettura o audiovisivi) allo sport (analoghe forme per gli impianti); dalla tutela dei consuma tori (comitati, autobus attrezzati, corsi di educazione alimentare, ecc.) fino agli interventi volti ad incidere più in generale sull ’ am ministrazione, e sui suoi modi di organizzarsi, di funzionare, di rapportarsi ai cittadini (estensione degli orari di apertura degli uffici, orari di ricevimento da parte degli amministratori, snelli mento delle procedure amministrative, servizi di informazione e di aiuto per la presentazione di pratiche anche presso altri enti, au tentica di firme a domicilio per anziani, sondaggi sul funzionamen to dei servizi, controlli sulla qualità dei servizi, difensori civici, petizioni e consultazioni popolari, ecc.). Si tratta ancora, in vari casi, di tentativi, orientamenti, esperi menti, di consistenza ed esiti differenziati. Sugli aspetti puntuali di queste esperienze — anche alla luce dei primi risultati dell ’ accura ta ricognizione avviata presso l ’ assessorato regionale agli affari isti tuzionali — si soffermeranno i successivi interventi. Ciò che inve ce mi pare meriti di essere sottolineato, già in questa introduzione, è il fatto che l ’ osservazione delle realtà locali della Regione Emi lia-Romagna sembra evidenziare la (probabilmente crescente) vita lità ed attualità delle tematiche delle Carte dei diritti: in un pro cesso che — sia pur palesemente tra problemi, dubbi, difficoltà — va coinvolgendo non poche istituzioni, anche minori (più diretta- mente recettive nei confronti delle sensibilità della collettività amministrata). Lasciando, dunque, l ’ analisi di questi tentativi ed esperienze alla testimonianza di coloro che più direttamente li hanno condotti — o comunque più direttamente ne sono stati coinvolti — mi limiterò qui a qualche rapido spunto in riferimento a due temi che paiono particolarmente problematici e rilevanti, nell ’ evoluzione 8

complessiva del rapporto cittadini-istituzioni locali: i difensori ci vici e le consultazioni popolari.

5. La figura del difensore civico è stata introdotta in Italia, come è noto, da statuti e leggi regionali, con un ambito di azione rivolto essenzialmente all ’ amministrazione delle regioni stesse. O- ra, trascorso un periodo ormai abbastanza lungo dalla istituzione di questi difensori civici, può trarsi qualche valutazione non trop po avventata sulla esperienza sin qui sviluppata la quale, mentre evidenzia le notevoli aspettative che su loro si riversano, segnala, al tempo stesso, una (comprensibile) concentrazione delle domande dei cittadini sul versante non dell ’ amministrazione regionale, ma di altre amministrazioni, a partire da quelle locali. E la inadeguatezza della collocazione dei difensori civici tra le istituzioni regionali è efficacemente sottolineata, da un lato, dalle tendenze, da parte degli stessi difensori civici regionali, ad estendere la propria azione ai livelli locali (in base ad espresse previsioni normative, come si è verificato, in qualche regione, per le USL; o comunque di fatto, come attestano diffusamente le relazioni dei difensori stessi); dal l ’ altro, dalle iniziative assunte da comuni volte ad istituire propri organi di questo tipo (venendo la potestà regolamentare degli enti locali ad assumere, in assenza di norme primarie, un ruolo di supplenza) . In questo quadro, caratterizzato, così, da un certo dinamismo, sorretto da reali esigenze e sensibilità presenti nelle collettività amministrate e, al tempo stesso, da rischi di risposte istituzionali frammentate e non efficaci, un intervento del legislatore nazionale si presenta ormai opportuno. E la riforma dell ’ ordinamento comu nale e provinciale può costituire la sede più idonea per fissare, in materia, alcuni principi di fondo: i quali dovrebbero, a mio avviso, cercare risposte efficaci alla domanda manifestata, al proposito, dai cittadini, anzitutto ponendo a loro disposizione dei punti di rife rimento autorevoli, agevolmente identificabili, tendenzialmente in grado di affrontare il problema sottoposto qualunque sia l ’ ammi nistrazione coinvolta. In questa direzione, e sulla base di queste fondamentali esigenze, la fase della spontanea germinazione, da parte di ciascun comune, anche minore, del proprio difensore civi co, può ormai essere superata, in un disegno più armonico e com plessivo. 9

Per altro verso, proprio da alcune esperienze di difensori civici comunali possono trarsi utili indicazioni per la configurazione di istituti volti alla tutela dei cittadini in una vasta pluralità (se non nella generalità) di situazioni e nei confronti delle più varie ammi nistrazioni: le quali, appunto, hanno nella prassi stipulato conven zioni che le hanno sottoposte all ’ azione del difensore civico comu nale, estesa, in questo modo, a diversi enti operanti a livello loca le, così come alle stesse amministrazioni periferiche dello Stato. In prospettiva, dunque, occorre — credo — puntare ad un quadro normativo di principio, che articoli questi istituti evitan done ogni eccessiva parcellizzazione, anche sul piano territoriale; nel frattempo, nell ’ attuale situazione, una avveduta espansione del l ’ ambito di intervento dei difensori civici esistenti, in luogo di una loro proliferazione, si presenta spesso come risposta più utile nel l ’ immediato e come indicazione proficua per futuri interventi riformatori. Segnali in questa direzione sembrano ora provenire dai lavori della commissione per la riforma del Comune di Bolo gna: il quale si orienterebbe ad affrontare la questione garantendo al difensore civico della Regione l ’ accesso ai propri atti, e favoren done l ’ intervento nei confronti delle proprie strutture negli stessi termini in cui la legge regionale lo prevede nei confronti degli apparati della Regione stessa. E una soluzione di questo tipo, se — nella situazione attuale — non può costituire un modello generalizzabile, si presenta, per il comune capoluogo, positiva sotto vari profili: non ultimo dei quali quello di opporsi, con l ’ utilizzazione comunale di un istituto regionale, ad un diffuso modo di concepire le autonomie come monadi incomunicanti e necessariamente autosufficienti. 6. Infine, anche per quanto concerne i referendum locali, cre do che le esperienze condotte in questi anni — pur non prive di ambiguità ed ombre — possano indurre ad accantonare tradiziona li diffidenze. Certamente, non sono mancati aspetti di utilizzazione disinvol ta dello strumento: con quesiti in certo modo mistificanti (per formulazione o per oggetto, talora totalmente sottratto alle possi bilità di intervento del comune stesso), con garanzie dubbie nella espressione e nel computo dei voti, con effetti ambigui sulla deci sione. Eppure, complessivamente, il diffondersi di queste consulta lo

zioni si presenta come uno degli elementi di maggiore novità, nella recente evoluzione delle amministrazioni comunali: non senza ef fetti di positivo rinnovamento nel rapporto tra istituzioni e società locali. E, in sostanza, l ’ esame delle esperienze locali sembra eviden ziare come, precisamente e particolarmente su problemi concreti di dimensione cittadina, il referendum si presti in maniera efficace a mobilitare gruppi di cittadini, in uno spazio di impegno politico che i partiti non riescono ad esaurire. In realtà, può ritenersi che, in gran parte, gli aspetti negativi, e gli atteggiamenti critici, relativi alle esperienze di referendum, siano particolarmente e precisamente connessi al carattere “ spon taneo ” (o " ‘ informale ” o ""atipico ” ) di queste esperienze: il cui procedere su decisione della (maggioranza che regge la) ammini strazione comunale, secondo regole modulate di volta in volta, al di fuori di ogni nucleo minimo di garanzie generali, non può non prestarsi a (rischi o, quanto meno, a sospetti di) usi strumentali o comunque non irreprensibili. Se, dunque, è possibile ritenere che la partecipazione dei citta dini al processo di formazione di una decisione per essi rilevante tenda a costituire un utile mezzo per assicurare il massimo grado di corrispondenza tra la deliberazione degli amministratori e le aspettative degli amministrati, conseguendo — secondo le sugge stive indicazioni di Norberto Bobbio — la più proficua integrazio ne tra forme di democrazia rappresentativa e forme di democrazia diretta; se può ritenersi che precisamente nella dimensione locale questa integrazione possa trovare le più proficue e concrete occa sioni di sviluppo; e se, d ’ altronde, è dalle modalità di svolgimento del referendum che viene, in larga misura, a dipendere la credibili tà e dunque la stessa opportunità del ricorso a questo strumento, allora il problema diviene quello di individuare i criteri di fondo di una disciplina di principio che consenta di valorizzare al meglio l ’ istituto referendario, garantendone l ’ utilizzo nei termini più cor retti ed efficaci. Al proposito, del tutto inadeguato si presenta l ’ accenno conte nuto nel (pur così prolisso, in varie altre parti) testo di riforma delle autonomie locali varato dalla Commissione affari costituzio nali del Senato; il quale si limita a rinviare agli statuti comunali e provinciali l ’ eventuale previsione del referendum popolare abroga tivo di atti deliberativi, della consultazione della popolazione su determinati affari e di forme di iniziativa popolare; ed al regola li

mento la disciplina delle relative modalità procedimentali, preoc cupandosi semplicemente di escludere comunque dal referendum abrogativo le deliberazioni di approvazione del bilancio e l ’ imposi zione di tributi (art. 28). Gli aspetti problematici ed ambigui che emergono dall ’ analisi dell ’ esperienza sembrano, invero, suggerire l ’ esigenza di disporre di elementi di certezza e di garanzia quanto meno in ordine a: a) iniziativa: che, se si intende valorizzare l ’ interazione tra movi menti e istituzioni, evitando i rischi propri del modello plebi scitario (emarginazione del consiglio, scelta del quesito e dei tempi “ dall ’ alto ” , ecc.), deve essere garantita a un congruo numero di cittadini; A) sottoposto a referendum: che deve corrispondere a scelte reali, su problemi rilevanti e concreti. Se si vogliono evitare enfatizzazioni prive di conseguenze sulla vita della co munità locale, con effetti di disaffezione da parte dei cittadini, l ’ oggetto non dovrebbe, in via di massima, trascendere la di sponibilità decisionale del comune. Ciò implica che il problema dei limiti, in questa ottica, non si prospetterebbe tanto (o sol tanto) in relazione a classiche argomentazioni che inducono ad escluderne l ’ ammissibilità, ad esempio, in materia tributaria; ma assumerebbe un particolare rilievo, anzitutto, la dimensione de gli interessi coinvolti: che laddove questa ecceda decisamente la circoscrizione comunale, il referendum presenta rischi di dive nire un lacerante strumento di contrapposizione rispetto ad al tre collettività, e di pressione rispetto alle autorità (regionali o statali) cui compete la decisione. In queste ipotesi — se alcune materie possono consigliare specifiche previsioni di consultazio ne della popolazione comunale nell ’ ambito di procedimenti fa centi capo ad altri enti — meglio può sopperire alle esigenze il referendum “ parziale ” previsto negli statuti regionali, precisan done i rapporti con il referendum comunale; c) procedimento: che deve essere regolato fornendo precise garan zie, anche e particolarmente in ordine alla valutazione di am missibilità, da demandare ad un organo che, per composizione e collocazione, possa considerarsi indipendente nei confronti del l ’ amministrazione comunale; d) effetti: prefigurando chiaramente le conseguenze che si ricolle gheranno alla scelta, nell ’ uno o nell ’ altro senso, del corpo elet torale; senza escludere il ricorso ad un referendum con effetti “ approvativi ” .

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Su questi punti, principi di fondo fissati dal legislatore po trebbero trovare adeguato sviluppo in ulteriori norme negli stessi statuti comunali, anzitutto, ma anche (soprattutto se ed in quanto questi ultimi non intervengano a regolare compiutamente la mate ria) in leggi regionali. E, d ’ altronde, criteri di questo tipo potrebbero comunque ri sultare utili nella elaborazione degli statuti o dei regolamenti locali anche ove — come prevede il testo della commissione del Senato — la legge statale si limitasse sostanzialmente ad indicare generi camente le forme di consultazione popolare, rinviando complessi vamente ad essi la soluzione di tutti i problemi connessi. Nota - L ’ elaborazione dei primi anni ’ 80 sulla Carta dei diritti trovò un centrale momento di riflessione nel convegno «Per una Carta dei diritti e della partecipa zione», Bologna 10-11 novembre 1981, i cui atti furono pubblicati dagli Editori Riuniti nel 1982. Utili sono anche i più sintetici interventi contenuti negli inserti speciali dedicati all ’ argomento da «La società», n. 38-39, dicembre 1980-gennaio 1981, e da «L ’ Italia delle regioni», n. 14, settembre 1982. Per la ricostruzione di tale elaborazione, si è fatto riferimento, in particolare, ai contributi di Augusto Barbera. Sui difensori civici regionali la bibliografia è ormai imponente; le relazioni da essi curate sono variamente pubblicizzate nelle varie regioni (12, oltre alle pro vince di Trento e Bolzano) che ne sono dotate; e qualche rivista (come «Quader ni regionali») le riporta generalmente con una certa regolarità. Meno agevole, ov viamente, è reperire informazioni ed elaborazioni sull ’ esperienza dei difensori co munali. Anche a quest ’ ultima, peraltro, si è fatto riferimento nel convegno tenu tosi a Pordenone il 18-19 ottobre 1985, che — aperto da una relazione di Guido Corso e concluso da Giorgio Pastori — ha fatto il punto su «Il ruolo del difen sore civico negli ordinamenti regionali». Anche sugli aspetti generali della problematica referendaria, la letteratura è assai ampia (cfr. da ultimo, il n. 2, 1985 di «Quaderni costituzionali», dedicato a Forme della democrazia ed uso del referendum)} specificamente rivolto ad una analisi — anche con riferimento alle esperienze straniere — del referendum a li vello locale, è ora il n. 3/4, 1986 di «Regione e governo locale».

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LA CULTURA DEI DIRITTI QUOTIDIANI *

Laura Balbo

Il contesto europeo nel secondo dopoguerra, in riferimento all ’ esperienza del welfare state, è stato caratterizzato da condizioni strutturali, vicende istituzionali, movimenti collettivi e pratiche della vita quotidiana che cercherò qui di analizzare. Uno dei tentativi più interessanti di costruire uno schema delle variabili rilevanti rispetto al sistema che chiamiamo appunto wel fare state è stato compiuto da Hugh Heclo. Due aspetti sono parti colarmente interessanti per la nostra analisi: innanzitutto, Heclo considera la costruzione del welfare state come un processo che si è snodato nell ’ arco di diversi decenni (o meglio, ormai, di oltre un secolo), esplicitando l ’ importanza della dimensione storica; e indi vidua come pertinenti più livelli: le modalità dell ’ intervento poli tico, le condizioni complessive e gli attori coinvolti, e le diverse sfere dell ’ economia, della politica, della politica sociale, delle scelte di valore. Per quel che qui intendo argomentare vanno colti ap punto i diversificati aspetti, le interrelazioni tra sfere e piani di versi. Questo schema, cioè, rende immediatamente visibili le molte dimensioni rilevanti, mentre troppo spesso la complessa costruzio ne del welfare state viene letta in modo riduttivo e appiattito. Ma pur prendendolo come punto di partenza, è, come dire, ciò che rimane fuori da questo schema ad interessare maggiormente: i soggetti, individuali e collettivi, che agiscono nella società civile; le strategie messe in atto in relazione alle politiche dello stato e dei soggetti istituzionali, in modi interstiziali, meno visibili, o anche * Versione ridotta di un saggio pubblicato in Time to Care. Politiche del tempo e diritti quotidiani, Milano, Franco Angeli. 15

sotterranei; le sedi e le aggregazioni che si collocano come sovrap poste e interferenti tra le varie sfere: i dati cioè della fase attuale, della “ società complessa ” . Riepiloghiamo dunque, sulla base di una analisi già proposta in altre occasioni, i dati strutturali che caratterizzano la società com plessa con particolare riferimento per l ’ appunto ai processi della vita quotidiana. Gli apparati dello stato si sono andati articolando in agenzie ad hoc, in strutture specializzate, in sedi decentrate, per particolari settori ed aree di servizi. Diversificati sono oggi le strutture, gli stili di lavoro, le regole informali degli apparati e delle burocrazie. In parallelo, rispetto a queste modificazioni nelle strutture degli apparati pubblici, si sono create istanze di rappre sentanza, di gestione di base, di confronto. Anche partiti e sinda cati, e altre associazioni tradizionali, si sono in qualche misura aperti e interessati alle questioni della vita quotidiana. Quanto alle istituzioni del mercato, nell ’ economia dei servizi (un termine che indica qui una serie di trasformazioni strutturali, di cui economisti e sociologi hanno descritto caratteristiche e im plicazioni) le prestazioni relative ai servizi alle persone da un lato, e le attività informali dall ’ altro — per menzionare due aree di ricerca di cui molto ci si è occupati negli ultimi anni — appaiono accresciute e diversificate. Inoltre, si sono resi visibili altri refe renti, collegati sia al mercato sia al settore statale ma non da questi dipendenti, caratteristici proprio della dimensione che ho chiamato di interferenza e sovrapposizione tra più ambiti, come per esempio associazioni di consumatori o associazioni di operatori o esperti, con funzioni di pressione, di controllo e di advocacy. In sintesi: esistono molti, differenziati, articolati ambiti ope ranti tesi alla produzione e distribuzione di risorse e servizi, o comunque orientati ai “ bisogni delle persone ” . Assai più numerosi che nel passato sono spazi e territori e istituzioni connessi con i servizi, in cui si sviluppano pratiche e tecnologie, know-how orga nizzativo ed amministrativo, conoscenze specialistiche, e anche modalità alternative di elaborazione e diffusione — e controinfor mazione. L ’ attenzione va dunque spostata dallo stato come soggetto (programmatore, erogatore, arbitro tra interessi — ma comunque soggetto predominante) ad una pluralità di attori rilevanti, seppur tra loro fortemente disuguali. Nel tessuto della società complessa trovano spazio e voce soggetti in precedenza non presenti o non in grado di farsi sentire, che rispetto a bisogni diffusi e diversificati 16

fungono come punti di riferimento e di iniziativa, canali di inter scambio, meccanismi di monitoraggio, sia tra di loro, sia verso il centro. Si tratti degli apparati dei servizi e delle loro agenzie de centrate, di sedi professionali, di associazioni, di gruppi di mutuo aiuto o di volontariato, o anche di unità familiari (le varie unità di famiglia nucleare, o le reti di famiglia estesa che sono state descrit te nell ’ organizzazione sociale contemporanea) o di individui, essi non operano in isolamento, ma sono al centro di rapporti, interse zioni, riferimenti reciproci. Questo è dunque un primo livello di concettualizzazione e di analisi dei problemi. Analogamente, se si passa a descrivere le condizioni e i comportamenti dei soggetti, individuali e collettivi, emergono modalità quali mai si erano date nel passato. La nostra società determina, per i più, condizioni di “ immer sione piena ” nella complessità. “ Collocati alle intersezioni ” , “ pen dolari ” , “ compresenti ” , o ancora, “ nomadi ” : queste espressioni tratte dal dibattito sociologico recente si adattano a molti di noi che vivono — certo in modo diverso se anziani o adulti o delle generazioni più giovani, se nelle metropoli o in centri minori, se uomini o donne — l ’ esperienza del quotidiano secondo queste modalità. Oggi siamo partecipi di una pluralità di ambiti, non identificati totalmente con uno soltanto di questi, coinvolti, ma con riserva. Conosciamo, di questa società, gli aspetti istituzionali ed i meccanismi informali: abbiamo familiarità con le loro diffe renti sfere e logiche; sperimentiamo, ricerchiamo, selezioniamo, con riferimento alle molte combinazioni possibili di risorse mate riali e simboliche. Un altro processo, in parte determinato da quello sopra de scritto, e snodatosi più o meno in parallelo, va qui richiamato. Di fronte a un intervento dello stato che di fatto era (o almeno, voleva essere) esteso a tutti i settori del sociale, segnato peraltro da distorsioni burocratiche e da arbìtri, sono apparsi minacciati o comunque non adeguatamente tutelati i diritti fondamentali di li bertà (di privacy, di autonomia, di esercizio alternativo rispetto a vincoli considerati arbitrari). Movimenti ed istituzioni volti ad esprimere esigenze prima non avvertite (o non avvertite con forza) nel rapporto tra cittadino e stato e nel modo di organizzarsi dei cittadini all ’ interno della società civile negli anni più recenti sono divenuti visibili e operanti, seppur con esiti diseguali in termini di 17

aggregazione e di influenza. Gli esempi sono molteplici: tribunali della libertà e per i diritti dei malati, carte dei consumatori, difen sori civici; associazioni di familiari (di handicappati e malati croni ci, di tossicodipendenti, di detenuti e di vittime della mafia o del terrorismo) e gruppi a difesa delle risorse ambientali a carattere locale e nazionale; gruppi di donne, variamente connotati e orga nizzati, e iniziative di giovani; e ancora, organismi non governativi a fianco o a controllo di quelli di governo, nazionali e sovranazio- nali. Molto ampio è l ’ arco delle issues presentate: l ’ affermazione dei diritti umani, la rivendicazione della parità, la difesa dell ’ am biente, la pace. La mappa dei diritti è dunque oggi divenuta più ampia. Ciò che importa di questo processo peraltro non è l ’ elenco puntuale dei contenuti, ma il fatto che esso sia aperto, modificabile, non definito e manovrato da un ’ autorità centrale: al contrario, deter minato, in parte almeno, dai molti soggetti attivi. Non solo: i «nuovi» soggetti operano oggi come interlocutori dei soggetti isti tuzionali tradizionali. Prendono corpo sperimentazioni e invenzioni sociali, un bagaglio di strumenti e di riferimenti divenuto patri monio culturale comune e profondamente mutato, rispetto alla de finizione di bisogni e diritti prevalente in fasi precedenti del wel- jare state. Ma ancora un elemento va aggiunto. In questo contesto diventa un vincolo quello che Salvatore Veca ha definito l ’ obietti vo uguaglianza complessa , teso a “ rispettare, proteggere e fa vorire le differenze ma correggendo e neutralizzando gli esiti o effetti di dominio che dalle differenze derivano per le vite di uo mini e donne, e la loro sorte, in società pluralistiche ” . Tutelare i diritti o meglio, garantire ai soggetti portatori di diritti di interagi re (tra di loro e con le istituzioni sociali rilevanti) al fine di espri mere l ’ inevitabile e positiva pluralità delle differenze — è questo un tratto caratterizzante la società attuale, come mai in passato era avvenuto. Come non rilevare la straordinaria novità rappresentata dall ’ in sieme di questi dati e il bisogno di parole che tali novità appunto esprimono? “ Diritti quotidiani ” è espressione che richiama la va rietà dei bisogni concreti, continuamente ridefiniti, anche contrad dittori (tra diversi individui e per lo stesso individuo in differenti circostanze o momenti) — personalizzati, si può dire. Nell ’ acco stamento di due termini come “ diritto ” e “ quotidiano ” si mani festa il problema di come mettere in rapporto le forme differenzia te in cui si manifestano aspettative e domande con il momento 18

centralizzato della formalizzazione istituzionale dei diritti. Si af ferma così che i cittadini sono, non destinatari di misure dall ’ alto, ma interlocutori nel processo decisionale; che non si limitano a chiedere, ma spesso elaborano proposte ed organizzano soluzioni; che non si pongono come postulanti, e neppure come gruppi di pressione (o non soltanto): sono anche portatori di strategie, rife rimento per definire una cultura dei diritti. E occorre sottolineare che non si tratta di una subcultura che riguarda una minoranza, periferica per consistenza numerica e collocazione di chi vi è coin volto, e irrilevante per peso politico e simbolico: essa è invece centrale per il sistema di una società dei servizi, come quella che oggi conosciamo nei paesi europei. L ’ espressione “ diritti quotidiani ” , infine, ha ancora un ’ altra implicazione, in quanto allude non all ’ idea di diritto come codifi cazione e riconoscimento istituzionale, ma al processo che questo momento precede e accompagna. Per indicare solo alcuni dei temi su cui oggi si forma “ cultura dei diritti ” : le questioni che riguar dano il vivere e il morire (l ’ accanimento terapeutico, l ’ eutanasia, il trapianto di organi); il procreare e il controllo della procreazione (l ’ inseminazione artificiale, la biogenetica, e, ancora, l ’ aborto e le tecniche contraccettive); le molte forme della sofferenza psichica e della violenza e del controllo sugli individui; le condizioni della sopravvivenza stessa della specie, minacciate drammaticamente dal le molte forme di degrado ambientale e dal rischio nucleare. Sono, questi, temi centrali per il vivere quotidiano, su cui si giocano i diritti fondamentali di ciascuno. Infine, proprio perché ci si riferisce a spazi di scelta, a orien tamenti di fondo, a strategie di vita; e perché impedimenti e vin coli — strutturali, culturali e politici — vengono attivati rispetto a tali spazi, orientamenti e strategie, è riduttivo parlare di una cultura dei diritti: al contrario, ci confrontiamo oggi con più cul ture, differenziate, anche tra loro contrapposte. Rimanendo ad al cune delle questioni sopra trattate, oggi nella realtà italiana si riscontra una tradizione, o una mobilitazione, fortemente connota te di parte del mondo cattolico su procreazione, famiglia, valori di solidarismo. Ma di un impegno e di una cultura laici, rispetto ai diritti quotidiani, mi sembra ugualmente possibile parlare, oggi, esplicitando elaborazioni e prese di posizioni altrettanto fortemen te connotate. Non sono questi problemi neutrali, o indifferenti, o poco conflittuali: al contrario, scelte di valore e riferimenti di segno diverso vanno apertamente riconosciuti, promuovendo con 19

dizioni di tolleranza e di dialogo. Tutto questo è cultura dei diritti quotidiani.

Per affrontare con parole “ giuste ” i problemi di cui trattiamo, va preso in considerazione in modo sistematico anche un altro campo di ridefinizione: il genere. Una lettura come quella che propongo risulta corretta solo nella misura in cui la si traduca, dal linguaggio fin qui adottato (tradizionale nelle scienze sociali e poli tologiche, e cioè “ asessuato ” ) in categorie analitiche e in termini che colgano un dato fondamentale: le attività di cui si è parlato, i ruoli e le strategie corrispondenti, riguardano donne e uomini in modo assolutamente asimmetrico. Quando si dice “ operatori dei servizi” , “ utenti ” , “ consumatori ” , e anche “ cittadini ” , e quando si parla di bisogni, servizi, e diritto quotidiano, la variabile di genere è cruciale. Essere donne o uomini, fa differenza. In primo luogo, tutte le donne — in quanto addette alla ri produzione — si muovono nell ’ ambito delle istituzioni dei servizi: le famiglie e le diversificate sedi in cui si producono e distribui scono prestazioni di assistenza e di cura, ma anche i contesti del lo ro lavoro professionale (è noto che la forza lavoro femminile è con centrata e segregata in occupazioni di servizio di vario tipo). Ri cerche nella nostra società sui bilanci tempo e sui profili dei ruoli adulti mostrano come riguardi di gran lunga più le donne che gli uomini lo stare in rapporto con queste istituzioni e, dunque, come le donne siano più centrali alle “ culture ” di cui qui si parla. “ Lavoro di servizio ” è stato definito il loro lavoro in queste condizioni, e del significato del termine mi interessa soprattutto mettere in evidenza un aspetto: nel contesto della società comples sa e plurale, questo lavoro comporta muoversi dall ’ una all ’ altra sfera, entrare ed uscire dalle differenti istituzioni, interrompere e riprendere rapporti ed esperienze. Tutto questo costituisce una dimensione esistenziale ma anche un tessuto culturale, specifico delle condizioni di vita delle donne adulte nella fase attuale. La grandissima maggioranza degli uomini non sperimentano tali con dizioni, le donne del passato non le hanno conosciute. In questo senso, allora, di culture dei diritti quotidiani bisogna parlare in termini sessuati.

Per concludere, desidero brevemente analizzare la possibile 20

“ dimensione europea ” della lettura qui proposta: in altre parole, possiamo ritenere sulla base del tipo di analisi fin qui suggerito, che rispetto ad altre regioni del mondo l ’ Europa presenti dei tratti specifici? A me sembra che, pur sottolineando la varietà delle esperienze e le disomogeneità profonde tra i diversi paesi europei, non si possa non rilevare come, in particolare, nel corso degli ultimi de cenni, gli elementi comuni siano andati diventando sempre più rilevanti: in particolare, ciò può essere osservato a livello del con testo economico e sociale, dell ’ organizzazione del welfare state, delle circostanze della vita quotidiana. A partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e in tempi sempre più accelerati quanto più ci si avvicina al presente, si è verificata una oggettiva crescen te “ integrazione ” tra i paesi europei (quella che in altri termini è stata vista come una tendenza al superamento degli stati naziona li). E non penso soltanto ai dati istituzionali relativi ad organismi e politiche “ europei ” , ai rapporti e agli scambi divenuti più facili e frequenti, alla percezione della specificità europea (qui si pone in primo luogo il tema della “ americanizzazione ” , ma anche il dibatti to sul ruolo della regione europea in un quadro mondiale bipolare, e ancora, la lettura in chiave di “ declino dell ’ Europa ” ). Innanzitutto rispetto agli Stati Uniti la contrapposizione appa re netta se ci si riferisce al complesso di condizioni che riassumia mo con il termine welfare state. Documenti e analisi su aspetti specifici corroborano la tesi secondo cui la società americana si sta allontanando in questi anni, con un processo che non sarà facil mente reversibile, da quelle premesse e da quei principi che, nelle democrazie occidentali, il termine welfare state ha sintetizzato e valorizzato. Analogamente — e anche questo argomento sarebbe da approfondire in termini adeguati, mentre praticamente nessuno sforzo è stato sviluppato in questa direzione — la legislazione, l ’ intervento, la pratica sociale, in quelli che sono stati detti i si stemi di “ welfare totale ” dell ’ Europa dell ’ Est e dell ’ Unione Sovie tica, tracciano una vicenda storica che ha ben pochi rapporti con quella dell ’ Europa occidentale. Infine, sebbene nel contesto di ana lisi che qui interessa non si faccia neppure menzione, in genere, dei paesi in via di sviluppo, voglio qui ricordare non soltanto che risorse economiche insufficienti e un modello di “ economia dipen dente ” e distorta caratterizzano le condizioni della vita quotidiana in questi paesi, ma anche che è estremamente rilevante il fatto che non si sia qui sperimentata in nessun senso la vicenda del welfare 21

state così come altrove è stata conosciuta. Questi spunti ci aiutano a definire il contesto europeo come specificamente caratterizzato rispetto alle condizioni economiche, ai sistemi giuridici e amministrativi, ai processi sociali; ma anche ai tessuti di interazione, alle pratiche quotidiane, ai sistemi simbo lici, nei termini dei dati di cultura che qui sono stati messi in luce. Percorsi diversi sono stati senza dubbio seguiti, differenti sono stati gli esiti e oggi, in particolare, posizioni e scelte non sono certo riconducibili ad omogeneità. In tutti i paesi europei, tuttavia, esistono condizioni strutturali (la spesa sociale, il personale e le strutture dei servizi del welfare state, un sistema di leggi e di altre norme) e culturali (prassi professionali e scientifiche, momenti di mobilitazione collettiva, comportamenti ed aspettative anche individuali, elaborazioni poli tiche ed ideologiche) che si collocano entro un alveo comune, qua le altrove non è dato. Di più: nella fase attuale esistono condizioni che consentono, anzi facilitano e promuovono, confronti, scambi, sperimentazioni comuni, verifiche. Meglio che nel passato è dun que possibile interrogarsi sulla plausibilità del riferimento all ’ Eu ropa come ad un contesto comune. Altri itinerari, nella direzione appunto di una comune dimensione “ europea ” , sono diventati progressivamente visibili negli ultimi anni. Oggi per esempio ci si interroga sulle vicende di partiti, sindacati, movimenti collettivi intorno ad alcuni assi comuni; si confrontano esperienze a livello di governi locali e di amministrazione delle aree urbane; nella sperimentazione di politiche del lavoro di diverso tipo ci si muove con esplicita attenzione alla scena europea, e si auspicano forme di coordinamento a livello sia di ricerca che di intervento; rispetto alle questioni della crisi, della governabilità, dei modelli di moder nizzazione, si studiano le caratteristiche e le risorse specifiche del “ caso Europa ” . In una parola, il riferimento europeo è centrale alle proposte che oggi si orientano a ridefinire “ riformismo ” e “ socialdemocrazia ” .

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LE ASPETTATIVE DEI CITTADINI

Ugo Re s cigno

Oggi, la Carta dei diritti può diventare con grande facilità il luogo di ridefinizione di tutti i problemi della nostra società, dal momento che la parola “ diritto ” viene intesa in senso del tutto atecnico, come qualsiasi aspettativa che si ritiene debba essere comunque tutelata, sia in modo preventivo che in modo successi vo, quale che sia lo strumento. Conviene però operare innanzitutto una distinzione tra ipotesi di veri e propri diritti (situazioni giuridiche azionabili davanti al giudice) e ipotesi di situazioni che vengono sì prese in considera zione e a cui viene offerta una certa forma di tutela ma che non si configurano come diritti soggettivi nel senso tecnico del termine, e spesso neanche come interessi legittimi (sulla base della distinzione tipica del nostro ordinamento). La parte più interessante della Carta dei diritti, quella che forse aspetta di più l ’ iniziativa degli enti locali, riguarda proprio quella ormai nutrita serie di aspettati ve che non possono in alcun modo configurarsi come diritti, o che comunque non ha senso configurare come diritti in senso tecnico, situazioni che potremmo chiamare “ microdiritti ” o “ diritti della vita quotidiana ” , rispetto a cui lo strumento giurisdizionale è trop po costoso, troppo lungo e sostanzialmente inefficiente. D ’ altra parte, molte volte l ’ obbiettivo non sarà tanto quello di reprimere un comportamento scorretto quanto quello di prevenire, e cioè creare una situazione o un costume che spontaneamente e in via preventiva si adegui al bisogno che intendiamo soddisfare. Da qui la necessità di immaginare forme di organizzazione e di inter vento che non siano giurisdizionali. Per questa ragione non verrà qui affrontato il tema della creazione di nuovi diritti o del miglio ramento di quelli vecchi come ad esempio il problema dell ’ accesso 23

alla giustizia delle organizzazioni ambientaliste (per inciso, ritengo a questo proposito che spesso il rimedio sarebbe peggiore del ma le: ricorrere ad esempio alla Corte dei conti comporterebbe quasi sicuramente la fine di ogni capacità innovativa della Pubblica am ministrazione di fronte ai nuovi bisogni. La Corte dei conti sareb be lo strumento della paralisi perché qualsiasi funzionario, terro rizzato dalla possibilità di essere chiamato a rispondere da questo giudice, non farebbe altro che rispettare la legge alla lettera senza prendere alcuna iniziativa, mentre in questo campo c ’ è bisogno di iniziativa, di inventiva, di fantasia). Per delimitare il tema, quindi, innanzitutto l ’ attenzione verrà qui concentrata su quelli che sono stati chiamati i microdiritti della vita quotidiana. In secondo luogo, occorre rilevare il grande spazio che è stato finora dato agli interessi organizzati, alle asso ciazioni rappresentative di interessi, rispetto agli individui. Natu ralmente, molto resta da fare anche nei confronti delle associazio ni; pure, va ribadito che oggi chi è fortemente penalizzato è l ’ indi viduo come tale, assai più delle associazioni e delle organizzazioni, che in qualche modo riescono ad ottenere udienza presso i pubblici poteri, soprattutto a livello locale. Per conseguenza, opereremo una seconda delimitazione trattando qui i diritti dei cittadini come individui, e tralasciando la difesa delle associazioni. Come terzo punto occorre sottolineare la necessità di passare dalle enunciazioni alla sperimentazione. L ’ impressione nettissima è che si stia troppo parlando di queste cose e poco attuando; di innovazioni efficaci per rispondere ai problemi sollevati in questo ambito io non ne conosco alcuna, ad essere sinceri. Esaurite le premesse, passiamo ad un caso concreto: a Mode na tra le promesse del programma elettorale in fase di realizzazio ne è la costituzione di una Commissione consiliare per i diritti della vita quotidiana. L ’ ambizione è molto grande e altrettanto grandi sono i rischi di fallimento. Intanto ben presente è il rischio che, trattandosi di una commissione del consiglio, le minoranze tentino di trasformarla in una commissione d ’ inchiesta sull ’ operato della amministrazione, riducendola ad una sorta di tribunale da vanti a cui bisogna venire a discolparsi, suscitando reazioni di rifiuto e di rigetto da parte degli stessi funzionari. Compito di questa Commissione è di essere il più possibile operativa: non fare generiche richieste o affermazioni di principio ma individuare concretamente dei settori, dei momenti della vita associata (in par ticolare rispetto al rapporto tra Pubblica amministrazione e citta 24

dini) rispetto a cui far condurre o condurre indagini per arrivare a risultati concreti. La Commissione non compie materialmente l ’ in dagine e neanche elabora le proposte da attuare a livello tecnico-o perativo, però sicuramente deve rappresentarne il momento inizia le e il momento finale, il luogo in cui si individuano i settori da sottoporre ad indagine, in cui si formulano le domande, si verifi cano i risultati delle innovazioni elaborate dalla stessa amministra zione o da tecnici per conto di questa. Così la Commissione avrà successo, o segnerà un fallimento, sulla base della sua capacità di trasformare il modo di essere della amministrazione almeno per qualche aspetto. D ’ altra parte, in tema di “ diritti della vita quotidiana ” , i re sponsabili non possono essere in prima istanza che i Comuni e le USL. L ’ obbiettivo dovrebbe essere l ’ organizzazione di un sistema diffuso, capillare, decentrato, autogestito e autoefficace di controllo sociale a fini preventivi piuttosto che repressivi. In questo quadro credo che vada ripreso il discorso sul difen sore civico. Sono d ’ accordo con chi rileva che le esperienze in molti casi sono state deludenti, però occorre non dare per finita l ’ esperienza prima ancora di averla vissuta fino in fondo, anche perché il difensore civico fa emergere una domanda latente: maga ri male indirizzata, ma che intanto può emergere, e quindi permet te di riflettere su di essa, di organizzarla e di individuare le rispo ste appropriate. Ritengo inoltre utile ripresentare la proposta, già avanzata ma che non ha fatto passi in avanti, di potenziare tutti gli uffici e i laboratori di analisi, anche privati e convenzionati, in modo tale da offrire possibilità di accesso alle organizzazioni e ai singoli indivi dui. A questo proposito, il caso del vino al metanolo, in negativo, è esemplare. A Modena sono presenti esperienze molto piccole già perfettamente funzionanti; per esempio, è ormai tradizione molto diffusa in certe zone dopo la raccolta dei funghi cassare dall ’ ufficio di igiene per i necessari controlli. Bisognerebbe riuscire a fare entrare nell ’ uso comune e generalizzare pratiche simili, estendendo le ad altri campi, naturalmente dopo aver creato le strutture che ri spondano a questo bisogno. È inoltre importante riproporre altri temi, come quello della riconoscibilità dei pubblici funzionari. Io credo molto in questo semplice ed economico strumento, perché si tratta di una forma di autoresponsabilizzazione e di autocontrollo: il funzionario che è in dividuabile. perché ha nome e cognome sul petto (e quindi non è 25

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